Vietato Morire: sfocato docu-dramma sull’eroina

vietato-morireVietato morire è un ordine, un imperativo non scritto della vita, di chiunque venga al mondo.

O almeno è vietato morire per mano propria, di quel suicidio (in)volontario e non legalizzato che è la droga, in questo caso particolare l’eroina. Il giovane Teo Takahashi ci racconta quattro storie di chi, a vivere, ce la fa o non ce la fa, ci prova o se ne tira fuori. Oltre ogni singola vicenda, ciò che resta è la speranza che la comunità di recupero di Villa Maraini (Roma) rappresenta per molti.

Il tema quindi c’è, batte forte, colpisce duro. O almeno potrebbe. Perché l’opera prima del 25enne regista romano, pur con una regia che cerca d’essere personale e presente, percepibile e percepita, non trova la sua strada, e non filtra alcun messaggio finale definito.

Nonostante passi on screen una realtà vera e di storie vere, si fa sentire il peso di un (non) apparente copione al quale questi fattori e attori devono sottostare. L’inserimento di fiction non giova all’opera, anzi toglie fiato a quella componente di spontaneità che dovrebbe contraddistinguere ogni documentario. Ma non solo. Tende addirittura ad ingabbiare e contenere la portata realistica che il film avrebbe, quella stessa portata di realtà che possiede e avvolge Villa Maraini.

Insomma, il risultato non è né carne né pesce, qualcosa che rimane a metà, sospeso, incompiuto. Un’occasione mancata per raccontare il dramma della droga e del consumo di eroina con quell’incisività e quel tocco aggressivo ed eversivo che vorremmo e che questo tema merita. Tutto rimane soft, sfocato, un po’ ovattato, un po’ fatto.

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