La moglie del poliziotto

La moglie del poliziottoAlle scuole elementari non hanno insegnato a Philip Groning a fare i riassunti. Questo siamo portati a pensare vedendo La moglie del poliziotto, tedescone di 3 ore articolato in 58 capitoli (di cui alcuni brevi manciate di secondi) che sarebbero potuti stare tranquillamente in un sano Bignami da libreria dell’usato. Con un continuo alternarsi di “anfang” e “ende”, e un incedere da “e fu sera e fu mattina”, on screen stralci della (serena) quotidianità di un giovane poliziotto e l’amata mogliettina, presentati in apertura come la coppia più bella del mondo. A lungo andare, però, l’uomo mostra il suo lato oscuro, manesco, isterico, e il corpo della moglie si riempie di lividi da percosse. Nel mezzo una tenera figlioletta che adora vestirsi con la tuta anti-sommossa del papà e cercare coniglietti nel bosco. In totale assenza di colonna sonora, lo spettatore assiste sonnacchioso al triste tema della violenza domestica. Con inutile prolissità trainata da un’ostentata vena autoriale e da qualche balzo sulla poltroncina, La moglie del poliziotto convince su temi, ma non su modi e tempi.

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