Venezia 70, i film in programma tra assenti illustri e sfide d’autore

Le aspettative, si sa, sono una brutta bestia. E quelle sulla 70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia erano creature di mostruosa dimensione.

leone di veneziaMa una volta uscito il programma, il pallone si è sgonfiato e il primo sentimento venuto a galla è stato: delusione. Sì, è stata questa grigia e torbida sensazione che mi ha afferrato leggendo online, poche ore dopo la conferenza stampa, i film che sarebbero sbarcati al Lido. E mi ha fatto alzare un po’ storcere la bocca di rabbia e dispiacere l’assenza di due film nei quali speravo molto: Twelve Years a Slave di Steve McQueen e Captain Phillips di Paul Greengrass. E, a margine, anche di Foxcatcher di Bennett Miller.

“Chi non vorrebbe in concorso i Coen o Jarmusch? Ma quei film se li è già presi Cannes. I grandi nomi non sono così tanti e quest’anno erano tutti a Cannes, Venezia ha dovuto fare i conti con quello che c’era”. Le parole del direttore Alberto Barbera incarnano quello che avevo già “profeticamente” annunciato nel mio precedente pezzo sul festival: di fronte ad una ridotta fauna di pellicole, si è cercato di accaparrarsi i migliori rimasti sul banco, facendo di necessità virtù, del le nozze con fichi allo stesso tempo né secchi né maturi.

Ma si sa anche che poi il tempo porta consiglio e rischiara le idee. Così, guardando e riguardando attentamente i film in concorso e non, la lucidità successiva di una “seconda visione” mi ha portato a pensare che invece c’è del buono, e non poco.

Tra i film in concorso, fa piacere la presenza di Terry Gilliam con The Zero Theorem, Hayao Miyazaki con Kaze Tachinu, Jonathan Glazer con Under The Skin. Ma soprattutto fa respirare aria fresca di montagna Child of God di James Franco, regista che ci ha convinto e stupito due anni fa con Sal. Quest’anno merita il concorso con un film che, sullo sfondo di una feroce America di provincia anni Sessanta, riadatta uno dei primi romanzi di Corman McCarthy (Non è un paese per vecchi).

Incuriosiscono molto Miss Violence di Alexandros Avranas, che dal trailer si preannuncia come uno dei film più spietati in gara e capace di strappare il Leone d’Argento, e il discusso Parkland di Peter Landesman che condurrà noi e Zac Efron nell’ospedale che quel tragico 22 novembre 1963 vide arrivare su un lettino il cadavere di JFK. Dopo il pessimo At any price dello scorso anno, l’ex ragazzetto di High School Musical ci riprova. Ma anche Night Moves della regista Kelly Reichardt, dramma incentrato su tre ecoterroristi determinati a far saltare una diga e il duro The Police Officer’s wife di Philip Gronig.

“A volte occorre assumersi dei rischi” ha aggiunto Barbera. E’ quello che avviene con i tre italiani in concorso: L’intrepido di Gianni Amelio, Via Castellana Bandiera dell’esordiente Emma Dante e Sacro GRA di Gianfranco Rosi, documentario che racconta l’Italia (dis)persa sul Grande Raccordo Anulare di Roma. Il primo è una commedia che segna il ritorno al Lido di un regista drammatico che in passato ha già vinto il Leone d’Oro (1998, Così ridevano). Il secondo e il terzo sono due grosse sfide con il pubblico, ma anche segnale di apertura a qualcosa di nuovo, come a voler “svecchiare” il cinema nostrano su piazze internazionali.

Guardando i fuori concorso, spiccano, come da copione, Moebius di Ki-Duk Kim, The Canyons di Paul Schrader e il documentario su Fellini di Ettore Scola. Nella categoria Orizzonti, da non perdere La Prima Neve di Andrea Segre e Why Don’t You Play In Hell? di Sion Sono.

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