The Whale di Darren Aronofsky: fame d’amore

Recensione di The Whale di Darren Aronofsky.

the whale filmThe Whale di Darren Aronofsky ti lascia dentro un magone enorme, ti manda in tilt la respirazione per due ore, ti si ferma sulla bocca dello stomaco e ci mette un bel po’ a scendere giù. È un boccone amaro, un cazzotto nello stomaco, un colpo basso. Darren Aronofsky tira fuori un grande film, affidandolo alla grandiosa performance di un Brendan Fraser larger than life (da più punti di vista).

Dramma da camera di derivazione teatrale, The Whale, presentato in concorso al 79esimo Festival di Venezia, è un film sul dolore, sul senso di colpa, sul sentirsi inadatti nella vita di fronte ai sentimenti, in particolare quelli più ostili, improvvisi, e per questo spesso indigeribili. Commovente e straziante, The Whale è un’abbuffata emotiva, di una sincerità disperata e urlata dopo averla tenuta compressa quasi fino a scoppiare.

Brendan Fraser confeziona la prova della vita, durissima, straziante, ma anche dolce e tenera nel profondo, di quelle che valgono una carriera. Il disagio fisico si fa disagio emotivo, e viceversa. Fraser incarna questo cortocircuito dando carne e fiato ad un personaggio statuario che, complice la sua stazza pressoché inamovibile, deve veicolarsi attraverso il volto, la voce, il sudore, le lacrime. Ci riesce senza sbavature, anche negli eccessi emozionali, e per questo arriva dritto allo spettatore come un banchetto lussurioso dal quale non ci si può esimere.

Darren Aronofsky ritrova il suo lato più umano e sentimentale, quello di The Wrestler, e non a caso The Whale ha molto a che fare con The Wrestler. La trama è simile, come anche i temi del riscatto di un padre che vuole ritrovare l’affetto e la stima della figlia. Se in quel caso eravamo di fronte a pezzi di cuore e carne maciullata dalla vita, qui il corpo è debordante, sfatto, informe, deforme. Ma sotto, in entrambi i casi, batte un’anima che chiede solo comprensione, empatia, rivalsa, salvezza.

Insomma, The Whale è un film che rende vulnerabile lo spettatore, interrogandoci su quella fame, bulimica, che ci fa chiedere, e talvolta implorare, amore da quel centro del mondo che è ognuno di noi.

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