Tenet di Christopher Nolan: tanta (insulsa) action e zero cuore

Recensione di Tenet di Christopher Nolan.

TenetC’è poco da (voler) capire e (voler) comprendere di Tenet. Il “cosa” è semplice: un agente speciale si muove avanti e indietro nel tempo per evitare una probabile nuova guerra mondiale. Complicato, forse inutilmente, è il “come”: Christopher Nolan lascia a briglia sciolta la cerebralità che da sempre contraddistingue il suo cinema, portandola a livelli che rasentano l’assurdo, tanto da dimenticare totalmente il cuore, il sentimento, il brivido. Tenet è il suo gingillo, il suo giocattolo più complicato, una marchingegno fitto di ingranaggi dentati che non sempre combaciano, un meccanismo (non proprio a orologeria!) che volontariamente (non) s’inceppa, escludendo completamente ciò che dovrebbe spingerci ad azionarlo, seguirlo, amarlo: l’emozione.

Tenet alza moltissimo l’asticella sia del cinema nolaniano sia del genere action, shakerato a limite del non sapore con la spy story e una fantascienza che ha perso i propri confini. Il problema vero del film è che non lascia nessuna voglia, dettata dal cuore e non dalla testa, di voler capire “come” è fatta la storia. È un cervellone, un macrocefalo, un elephant man che rimane a debita distanza dallo spettatore, come una fiera in gabbia alla quale è inutilmente pericoloso avvicinarsi. Nolan si erge a supermegacapodirettore dell’UCAS – Ufficio Complicazioni Affari Semplici, trasformando il gioco (del cinema) in una beffa del pubblico, che (anche questo è un difetto evidente del film!) tende a non divertirsi più, anzi ad annoiarsi, come capita coi vecchi giocattoli relegati in soffitta.

Certo Tenet pare, anzi è, senza dubbio l’apice di una riflessione sul tempo, sul muoversi avanti e indietro tra passato e futuro, riordinando i pezzi di un grande mosaico, gli incastri di un tetris ad alto quoziente intellettivo. Una riflessione sul tempo che ha origine vent’anni fa con Memento e poi proseguita con The Prestige, Inception, Interstellar. Il pensiero si fa chiodo fisso e unico, avviluppato su se stesso, ai limiti dell’autistico, come un groviglio di nodi strettissimi che finiscono per soffocare l’anima. Ecco, a Tenet manca l’anima. Manca al film come manca ai suoi personaggi, (volontariamente) non definiti psicologicamente, tutti gelidi, sbiaditi, abbozzati.

Che lo si legga da destra o da sinistra, palindromicamente come il titolo, Tenet rimane fermo al palo. Ecco, dopo undici film, ora ci auguriamo che Nolan possa davvero dare una nuova svolta al suo cinema, un po’ come Tarantino con C’era una volta a Hollywood è riuscito ad andare oltre il “pulp” che l’ha reso (meritatamente) grande e celebre. E se la svolta fosse un salto nel passato, a qualcosa di più canonico, potrebbe anche essere un bene. Di Matrix, Minority Report, Looper (tutti film che inevitabilmente ci vengono alla mente guardando Tenet) forse ne abbiamo ancora (più) bisogno, tornando ad un cinema che sappia davvero catturare la nostra attenzione, segnarci dentro, anche fosse grazie alla più classica e prevedibile, ma anche bella e ben fatta, sparatoria.

2 commenti

  • Alessandro Kellis

    Sono d’accordo al 100%… La grande differenza che si nota con l’altro puzzle di Nolan, cioè “Inception” (gli altri film secondo me rimangono di non poco superiori, grazie al contributo fondamentale del fratello) è proprio la mancanza di sentimento, specie nel motore della vicenda. In “Tenet” tutto sembra fine a se stesso, e come notavi, estremamente noioso.

    • Io la sera dopo che ho visto Tenet, non mi capacitavo di come Nolan avesse potuto deludermi così tanto. Per riprendermi, mi sono subito riguardato Inception e la differenza è lampante, come dici tu c’è del sentimento che scaturisce dai personaggi. In Tenet manca del tutto.

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