Spencer di Pablo Larraìn: recensione del film su Lady Diana

Recensione di Spencer di Pablo Larraìn.

spencerDopo la trilogia sulla dittatura pinochetiana (Tony Manero, Post mortem e No), Pablo Larraìn completa anche la trilogia dei non-biopic con Spencer che si affianca a Neruda e Jackie. Con nove film in quindici anni di carriera, il regista cileno si conferma uno dei più prolifici a livello internazionale, amatissimo nei festival e sempre più apprezzato anche dal cinema americano.

“Una favola tratta da una tragedia vera”. Il cortocircuito è immediato, sin da questa didascalia che apre Spencer, mescolando subito le carte tra realtà e finzione, storia e invenzione intorno ad una personalità, Lady D., tra le più chiacchierate e idolatrate della storia britannica e mondiale. Larraìn ci tiene a sottolineare sin da subito che si tratta di una tragedia, un dramma personale che si fa re(g)ale e che si consuma nei tre giorni a cavallo del Natale 1991 in cui Diana decide di porre fine al suo legame col Principe Carlo.

La sceneggiatura di Steven Knight (Locke, Allied) ci spara dritto in faccia come una cannonata a distanza ravvicinata tutta l’insofferenza, l’infelicità e l’inadeguatezza di una principessa che non voleva essere principessa, o almeno non nei modi, toni e umori imposti dalla Regina Elisabetta. La famiglia reale è un covo di aguzzini sempre pronti a osservare, giudicare, condannare al patibolo. Anche i muri hanno gli occhi. La corona, come un Grande Fratello orwelliano, osserva no-stop giorno e notte, anche quando si crede di essere soli in realtà non è così. La dimora e la royal family sono una gabbia dorata che soffoca la vita e il desiderio di libertà di una fenice intrappolata, inquieta, dolente, senza pace. A dare corpo e anima alla “principessa del popolo” è Kristen Stewart, brava ma non sempre all’altezza, tutta mossettine nella prima parte e poi personaggio iperattivo nel resto del film. Ma al netto di questa schizofrenia recitativa, la performance è efficace e la Stewart riempie lo schermo.

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Larraìn opta per toni da mystery e horror col fine di far emergere l’immaginazione e la psiche sulla realtà, i luoghi, le situazioni. Dietro la consueta patina grigia, come un velo funebre che ammanta tutto il film, come una lapide marmorea fredda come l’aldilà, come una nebbia che non si dirada mai, il regista cileno immette i toni vibranti e paurosi del genere horror, con sogni (o incubi?) a occhi aperti che ricordano Il Cigno Nero di Darren Aronofsky. Gli oggetti sono simboli pesanti come macigni sul cuore di una sposa cadavere senza redenzione: la collana di perle è una catena di ferro gelido, la retina del cappello da uscita pubblica sono le sbarre di una cella, il candido vestito elegante del dì di festa è una camicia di forza da manicomio. A sorpresa, però, il finale cambia passo, cede alla musica pop, ad uno sprazzo di vita a tutto gas in macchina, verso un momento intimo coi figli dove la vita viene presa a morsi come un cheeseburger e i fantasmi opprimenti e inquietanti di Buckingham Palace sono, almeno in linea d’aria, (più) lontani.

Spencer è quindi un grande film, divisivo, discutibile, ma proprio per questo molto personale, di quelle opere che non lasciano indifferenti. E Pablo Larraìn si conferma l’artefice di un cinema coraggioso che non conosce mezze misure.

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