Qui rido io di Mario Martone: recensione

Recensione di Qui rido io di Mario Martone.

qui rido io film“Ma come, voi che ridete su tutto, non sapete ridere sul tempo che passa?”

Ridere e far ridere, si sa, è una cosa seria. Lo sapeva bene Eduardo Scarpetta, il più importante attore e autore del teatro napoletano tra fine ‘800 e primi del ‘900, capostipite della longeva dinastia teatrale degli Scarpetta-De Filippo. Qui rido io di Mario  Martone ci restituisce un ritratto nitido e dettagliato dell’eredità, non solo artistica, di un padre padrone amato e generoso, ma anche severo e integerrimo. Col quale, dietro le quinte, soprattutto in famiglia, spesso c’era ben poco da ridere.

Qui rido io ci ricorda una volta per tutte il talento multiforme ed elastico di Mario Martone, unicum nel cinema italiano capace di mischiare e passare da cinema a teatro con una fluidità impressionante, dove le due arti sorelle sono vasi comunicanti, figlie di un approccio all’arte che non conosce facili etichette o canoniche distinzioni. Qui rido io, infatti, è in primis un film sul teatro, come dimostra la bellissima e lunga sequenza iniziale. Ma è anche un film storico, che brilla dietro e dentro i costumi di Ursula Patzak, fedelissima di Martone, col quale ha già lavorato per Noi credevamo e Il giovane favoloso.
Mario Martone torna ad approcciarsi al genere storico con maggiore rigore filologico e antropologico rispetto ai due film suddetti, che invece vedevano delle infrazioni, nelle scenografie e nella colonna sonora, che avevano suscitato qualche malcontento. Qui rido io, invece, è a suo modo un kolossal che, senza ricorrere a toni agiografici, anzi tutt’altro in alcuni passaggi, fotografa il talento artistico e lo spirito umano di Eduardo Scarpetta.

Tema centrale è quella dell’eredità. Scarpetta ha paura del tempo che passa, che prova costantemente a fermare con una risata da suscitare a tutti i costi (anche in tribunale di fronte al giudice), con la trasmissione ereditaria dei suoi personaggi più celebri (su tutti Felice Sciosciammocca come un nuovo Pulcinella), con il mettere al mondo figli. Uno zio che è anche padre. Intorno a Scarpetta girano figli e figliastri, legittimi e illegittimi, ma tutti suoi, tutti frutto di una passione smodata da vero Casanova per la vita e per le donne. Vero e falso, teatro e realtà si confondono su e giù dal palco, e la resa dei conti, anch’essa cercata di scongiurare il più possibile, arriva quando deve pensare al testamento, all’eredità, da dividere tra chi è dentro e chi è fuori la famiglia convenzionale.
La crisi, artistica e procreatrice, arriva nel 1904: la parodia Il figlio di Iorio lo porta a scontrarsi con Gabriele D’Annunzio e l’ultima sua figlia nasce morta. È l’inizio della fine: Scarpetta, dopo una vita vissuta pienamente, presa a morsi come una sfogliatella alla crema, sente che gli anni iniziano a sfuggirgli da sotto i piedi e la paura inizia a prendere il posto della spavalderia sempre dimostrata. A dargli corpo e anima in modo mirabile, marcato ma a ben vedere mai caricaturale, è un Toni Servillo che, ancora una volta, si conferma sull’olimpo degli attori italiani più bravi di sempre.

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