Quello che non so di lei di Roman Polanski: recensione

Recensione di Quello che non so di lei di Roman Polanski.

quello che non so di leiTratto dall’omonimo libro di Delphine de Vigan, in Quello che non so di lei c’è qualcosa di Stephen King (in particolare Misery non deve morire), qualcosa di Hitchcock, qualcosa del Francois Ozon di Nella casa, ma soprattutto qualcosa di Polanski. Pare assurdo come discorso, ma è proprio così: il discusso e acclamato regista francese torna a riflettere sui rapporti tra realtà e finzione, o meglio tra corporeità e immaginazione, dopo averli affrontati magistralmente in Venere in pelliccia.

Al suo fianco, anche stavolta, la moglie Emmanuelle Seigner, “in coppia” con Eva Green. Due donne di grande carattere, sensualità, magnetismo fisico e verbale, che senza pudore, anzi con molto senso del pericolo (e anche del ridicolo in alcuni passaggi), snocciolano una storia che sin dall’inizio sa di prevedibile, di già visto, di banale. E la cosa ancora più assurda, è che Polanski, alla veneranda età di 85 anni, non ha perso la voglia di giocare col pubblico, di ingannarlo, anche di prenderlo in giro, come in un eterno nascondino in cui, comunque vada, è il regista parigino a spuntarla.

Quello che non so di lei ora mostra tutti i suoi difetti e ora tutti i suoi pregi, ora i punti deboli (al limite del goffo) ora quelli di forza (al limite dell’inafferrabile). È come un serpente che muta continuamente pelle, che striscia, non si fa sentire e poi d’un tratto mostra i denti affilati e agita ansiosamente la coda a sonagli. Quello che non so di lei, in questo continuo tranello tra vero e non vero, detto e non detto, visto e non visto, riesce a trarci in inganno, fino ad un finale aperto, forse un po’ tiepido, che però sa come lasciarci inermi e un po’ increduli. Ecco, è “quel che non so” che rende il film un’opera meritevole di una possibilità, pur essendo molto al di sotto degli standard polanskiani.

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