Milleunanotte. Storie e volti dietro le sbarre

MilleunanotteUn titolo da fiaba, ma una fiaba non è. E non c’è la bella principessa Shahrazàd a raccontarci novelle come nella nota raccolta orientale. Milleunanotte di Marco Santarelli ci scorta nel cupo e claustrofobico penitenziario Dozza di Bologna, il carcere con più detenuti stranieri d’Italia e un (sovr)affollamento quasi tre volte superiore alla sua regolamentare capienza.

Presentato nella sezione “Prospettive Italia” del Festival di Roma 2012 e pochi giorni dopo al 53esimo Festival dei Popoli insediato a Firenze, Milleunanotte è un documentario intenso e genuino, senza fronzoli o edulcorazioni, che, tramite le cosiddette “domandine”, ovvero i moduli cartacei che i detenuti devono compilare per fare e chiedere qualsiasi cosa, va dritto al cuore dello spettatore e alle questioni umane più scottanti di chi vive dietro le sbarre. Santarelli toglie la sicura alle storie di una manciata di carcerati.

Ci sono gioie e dolori di chi sogna un matrimonio, chi spera in un’attività lavorativa dentro e fuori dal carcere, chi vorrebbe solo riabbracciare la piccola figlioletta, chi dedica una simpatica e sentita canzone rap alla donna amata e persa (I’m sorry baby). C’è chi decide di protestare praticando lo sciopero della fame, chi non capisce perché aspettare due settimane per la prossima telefonata a casa, chi tutte le sante mattine controlla la (non) solidità delle sbarre della cella, chi continua ininterrottamente a camminare incappucciato nel cortile.

Le regole in carcere sono ancora più regole, non si sgarra. Ma oltre, c’è la speranza. Quella speranza che Santarelli mette a fuoco tramite il personaggio di Agnes, portatore di un raggio di futuro sul destino di chi è recluso. Agnes ottiene un permesso di cinque giorni per tornare a casa e la macchina da presa la segue verso assolate vallate di vita.

Lo sguardo di Santarelli è empatico, amorevole, compassionevole, mai pietistico né “poliziesco”. Riesce ad infrangere quella indefinita e diffusa monotonia tematica che ha sempre avvolto i racconti sulla vita in prigione. La sua regia, mai banale, è poi supportata da una fotografia fulgida e calda.

Milleunanotte: forma e contenuto a servizio di un documentario made in Italy che vale la pena vedere. Passate parola.

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