Mank di David Fincher: recensione film su Netflix

Recensione di Mank, il nuovo film di David Fincher su Netflix.

Mank film netflix– Cos’è che dice lo scrittore? Racconta la storia che conosci…
– No, io non conosco quello scrittore.

Eh no, Mank, in realtà non è proprio così. In una delle prime battute pronunciate da Gary Oldman in Mank c’è buona parte del cuore del nuovo film di David Fincher. La scrittura come forma di rielaborazione del proprio vissuto, rivisto, corretto e re-immaginato, dove “ogni riferimento a fatti e personaggi realmente esistiti è puramente casuale e frutto della fantasia del suo creatore”, come si legge in apertura di molti film. Ecco, in realtà ogni scrittore scrive, in un qualche modo e forma, sempre di se stesso, ovvero di ciò che sa, conosce, ha vissuto, e solo così può ottenere il massimo in intensità e profondità. Stessa cosa, nonostante le sue convinzioni personali, fa anche lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, fratello maggiore del ben più noto Joseph L. Mankiewicz (Eva contro Eva, Cleopatra).

Mank non è solo un biopic, ma una riflessione più ampia e strutturata sul cinema, su quella macchina che racconta storie e regala sogni, anzi ricordi, come sottolinea il capo della MGM, Louis Mayer, perché ciò che lo spettatore acquista pagando il biglietto rimane di appartenenza di chi gliel’ha venduto, ossia la casa di produzione. Ecco quindi un (altro) tassello fondamentale del cinema: l’industria, i soldi, la paternità di quel prodotto finito che chiamiamo comunemente “film”. Negli ingranaggi del cinema lo sceneggiatore, come lo stesso Mayer spiattella in faccia a Mank durante una luculliano e movimentato banchetto, altro non è che un buffone di corte, un Falstaff shakespeariano (opera portata al cinema da Orson Welles nel 1965) che racconta storie, intrattiene, fa il lavoro sporco e spesso non viene né ricordato né accreditato nei titoli di un film. Torniamo quindi al tema della paternità dell’opera: Mank inizialmente, da contratto, non figura tra gli sceneggiatori di Quarto Potere, ma dopo la vittoria dell’Oscar si batte perché quella paternità gli venga riconosciuta. Mank di David Fincher da questo punto vista vuole dare a Mank ciò che è di Mank.

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Il film di Fincher è un’opera importante, anche se non facile da assorbire, digerire, assimilare. Per il regista di Seven è il suo omaggio al cinema, la sua dichiarazione d’amore alla settima arte. Strutturata proprio come una sceneggiatura con continui flashback che, dalla buia camera da letto dove Herman J. Mankiewicz scriveva Quarto Potere, ci portano nelle sua testa, nei suoi ricordi, riversati poi sotto mentite spoglie nel film che ha reso cristallino in talento registico di Welles. Si salta continuamente avanti e indietro nel tempo, quindi lo sforzo di attenzione richiesto allo spettatore non è dei più comuni, ma se si entra nel meccanismo, al netto di alcune lungaggini e lentezze che smorzano il ritmo del film, il coinvolgimento è garantito. Articolato proprio come uno script, lo sforzo maggiore compiuto da Fincher sta proprio nei dialoghi e nella definizione dei personaggi. “Non tutti i personaggi sono dei protagonisti, alcuni sono secondari” si difende Mank in un passaggio. Fincher, invece, riesce nel tratteggiare con cura pure i personaggi secondari, nessuno escluso. Anche se la sua opera rimane parziale e molto selettiva riguardo gli eventi mostrati. “Non si può cogliere l’intera vita di un uomo in sole due ore, il massimo che puoi fare è dare l’impressione di averlo fatto” è l’ennesima frase a effetto messa in bocca a Mank. Beh, caro David Fincher, nel dare quest’impressione di completezza, ci sei riuscito alla grande.

 

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