L’ospite di Duccio Chiarini: la recensione del film passato al TFF 36

Recensione di L’ospite di Duccio Chiarini.

L'ospite di Duccio ChiariniNel 2014 Short Skin – I dolori del giovane Edo è stato un fuoco d’artificio in pieno giorno, colorato, spassoso, dotato di una sincerità simpatica e sorniona che, ricordandoci i primi film di Virzì (Ovosodo in particolare), colpì subito nel segno. Con L’ospite Duccio Chiarini, alla sua seconda opera di finzione, affina ulteriormente il tiro, regalandoci una piccola grande perla della commedia italiana recente, abile nel mettere a fuoco quella fetta di trenta-quarantenni insoddisfatti, incompleti, incompresi, che nell’Italia allo sbando di oggi non riescono a trovare il proprio posto nel mondo.

Forse potremmo già parlare di “commedia sociologica” per i film di Chiarini, o forse è troppo presto per buttargli addosso cotanta etichetta che porta inevitabilmente con sé l’oneroso appellativo di “autore” cinematografico. Certo è che Duccio Chiarini ha le idee chiare sul cinema che vuole fare, e ci riesce appieno mischiando toni dolci e amari, riflessione profonda e impalpabile leggerezza. La sceneggiatura, non a caso finalista del Premio Solinas, non perde un colpo, riuscendo a fotografare non più i dolori del giovane Edo, ma i dolori dei giovani vecchi, un vero e proprio esercito allo sbaraglio nell’Italia moribonda dell’ultimo decennio.

L’ospite ci racconta come, sempre più e sempre in di più, siamo ospiti e non proprietari delle nostre vite, giorno dopo giorno, “conviventi” con poche gioie e molti dolori da lenire continuamente. Personaggi, come molti di noi, sempre in affitto, sempre “in trasloco”, sempre ospitati appunto nella propria vita e nelle vite altrui. Cambiamo casa, amori, lavori, abitudini, speranzosi che “quella dopo” sia la volta buona. Vite di stenti e privazioni che Chiarini rivela con sguardo lucido e amorevole verso i suoi personaggi, poiché sa che in loro ci si riflette lo spettatore, che non merita d’essere ferito sul grande schermo una volta in più di quanto già accade nella realtà. L’ospite trasforma lo schermo in uno specchio per guardarsi dentro, una volta di più, fra una tappa e l’altra della nostra vita, in attesa di cambiare ancora il divano su cui dormire o d’incontrare l’amore, quello “definitivo”, che possa farci tirare, almeno per un poco, il fiato.

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