Lacci di Daniele Luchetti: recensione del film

Recensione di Lacci di Daniele Luchetti, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone.

lacci filmCi sono principalmente due modi per allacciarsi le scarpe: il fiocco e il nodo. Il fiocco, più elegante e dolce, permette di essere sciolto, districato e rifatto meglio. Il nodo, più duro e coriaceo, è meno incline ad essere disfatto e implica un intervento più invasivo, spesso un punto di rottura irreversibile. I legami familiari sono lacci, legati ora col fiocco e ora col nodo.

Lacci di Daniele Luchetti, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, è una disamina severa e disillusa, una radiografia cinica e inclemente dei rapporti (di forza) amorosi e affettivi, tra lui e lei, marito e moglie, ma anche tra genitori e figli, con gli strascichi lasciati in quest’ultimi quando anch’essivdiventano  adulti.

“Ti fottono, tua mamma e tuo papà. Non è che lo vogliono, ma lo fanno” recita la poesia This be the verse di Philip Larkin, citata in un altro bel romanzo che ho molto amato, Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi. Ed è proprio così: chi ci mette al mondo, volente o nolente, ci fotte. E non nel mero atto di darci alla luce, ma nel procedere e incedere quotidiano, nel crescerci in quel covo fetido che è la casa, coacervo di risentimenti, rimpianti, rimorsi, rabbie, ripicche, angosce, frustrazioni, incomprensioni, parole dette e non dette, pensieri fatti e non fatti, gesti compiuti e non compiuti. Poco si salva (di buono) dalle nostre relazioni, sono più le ombre delle luci, e Daniele Luchetti fotografa in modo lucido e smaliziato quell’inferno in cui ci auto-imprigioniamo nel legarci agli altri, fino all’infelicità, ma anche fino alle piccole e grandi vendette che dobbiamo concederci per tornare a respirare, proprio come accade nell’inaspettato finale del film.

Le relazioni sono come la scatola segreta di Aldo (Luigi Lo Cascio/Silvio Orlando), difficile da aprire, come un cubo di Rubik arduo da risolvere, e forse a volte è meglio lasciare le cose insolute, irrisolte, chiuse, perché aprire il Vaso di Pandora potrebbe comportare la fine di tutto, potrebbe davvero disvelarci davanti agli occhi un assoluto disastro. I personaggi del film si muovono prima sulle uova e poi sulle rovine di affinità che confondono i ricordi (come palesa la scena del racconto sulla spiaggia riguardo al resto in banconote dato o non dato al tassista). Ma anche in punta di piedi si compiono stragi. Lacci su questo non lascia speranza, è durissimo nel giudicare la realtà, per dirla come afferma Vanda (Alba Rohrwacher/Laura Morante), “ci mette una mano in gola e strappa via tutto”.

Il film di Luchetti, muovendosi in tre tempi diversi, con un salto temporale di trent’anni, ha inoltre il pregio di dedicare spazio ai bambini che si sono fatti adulti. Il cinema italiano, da sempre, sin dai film del secondo dopoguerra, ha dato spazio ai bambini, che non solo ci guardano, ma soffrono, e neppure poco nel guardare le angherie di cui sono capaci i grandi. Lacci ci fa guardare avanti, ci porta avanti, quando i figli, vittime da sempre, si concedono il lusso di essere carnefici una volta sola, una volta diventati grandi, perché, come dice Aldo, “non posso soffocare me stesso per evitare che soffochi tu”. Così, da personaggi (solo apparentemente) secondari, si conquistano il ruolo di comprimari, aggiudicandosi la lunga sequenza finale, che chiude la porta ad un passato ingombrante ma apre un portone verso una nuova discussione tra i genitori, in una reazione a catena, praticamente infinita, di sentimenti rotti come “cocci aguzzi di bottiglia”.

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