La tragedia del vendicatore: danza (e regia) macabra alla corte di Donnellan

Recensione di La tragedia del vendicatore, regia di Declan Donnellan.

La tragedia del vendicatore di Declan Donnellan“Ahi l’amor, è forte come la morte!” ci ricorda come un mantra la canzone che apre e chiude la pièce. E la vendetta? La vendetta tremenda vendetta non è da meno, anzi! La tragedia del vendicatore, titolo che è tutto un programma, è la summa dei tanti tradimenti, intrighi e pugnalate alle spalle che riempiono le pagine di decine e decine di tragedie scritte nel ‘500 e ‘600. Declan Donnellan, acclamato regista di fama mondiale, anche Leone d’Oro alla carriera nel 2016, mette in scena The Revenger’s Tragedy del 1606 di Thomas Middleton, contemporaneo e collega del ben più noto William Shakespeare, portando l’opera sui palcoscenici nostrani nell’adattamento di Stefano Massini, punta di diamante della drammaturgia italiana degli ultimi anni. Il risultato è una tragedia (che merita vendetta) o un successo (che merita applausi)?

La tragedia del vendicatore fa fuochi d’artificio a livello registico. Donnellan gioca con teschi, sgozzamenti in scena con tanto di sangue zampillante, cambi d’ambientazione veloci e fluidi che entrano ed escono da un’enorme palizzata in legno che ricorda molto gli interni del teatro elisabettiano. Ecco, pur nella forte novità che è insita, per noi italiani, nella regia dallo stampo britannico di Donnellan, c’è qualcosa di classico, di shakespeariano, di antico. Qualcosa che in un certo senso ci rende tutto più “familiare”, ma allo stesso tempo lo infrange e rinnova con idee registiche che non siamo abituati a vedere nei teatri tricolore (tra cui riprese video in diretta proiettate a grande schermo).

L’adattamento di Massini funziona. Dietro abiti contemporanei, gli attori parlano un linguaggio ad un tempo forbito e moderno, che sa di “storico” nella metrica ma che sa irrompere in tutta la sua attualità. Tanto testo, come è tipico del grande teatro del Cinque-Seicento, che Massini sa snocciolare senza farlo pesare agli spettatori, anche se proprio qui emerge il lato meno riuscito della pièce: il tono della recitazione. Impostato e caricaturale, grottesco e disciplinato, i quattordici attori in scena non riescono a dominarlo per le quasi due ore dell’atto unico. Le forzature sono d’obbligo, e ci stanno anche, ma pur frutto di un evidente duro lavoro, c’è qualcosa di accademico, sintomo di un’imposizione non assorbita né smaltita. E in questo non aiuta l’impiego di una giovane compagnia di attori che, cresciuti alla Scuola del Piccolo di Milano, pur bravi, hanno ancora (da affilare) i denti di latte.

Per fortuna c’è una regia che suscita entusiasmi e qualche viso pallido in platea, una regia che ci fa respirare uno spiffero d’Europa sugli stage italiani che ancora troppo spesso puzzano di vecchio. Donnellan rende tutto un grande joke, dove la tragedia si avvicina alla tragi-commedia, in una sfrenata danza macabra che sottolinea l’imperitura attualità del grande teatro rinascimentale e quanto l’auto-ironia sia mezzo per colpire il pubblico di oggi come un’abile spadaccino di corte.

Durata: 1h 50′ atto unico. Visto al Teatro della Pergola di Firenze.

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