Joshua Gil: “Il Messico è un enorme santuario”. Intervista al regista.

Joshua GilIntervista di Vanessa Forte.

Presentato come film di chiusura della 34esima Settimana Internazionale della Critica durante Venezia 76, Sanctorum è l’ultimo lavoro di Joshua Gil, regista messicano dell’invisibile. Lo abbiamo incontrato, ecco cosa ci ha detto.

Partiamo dal titolo, Sanctorum. Il santuario di cui parli è il Messico, quindi questa è la storia del tuo Paese?
Esattamente. Penso che il Messico sia come un enorme santuario, dove ovunque le persone, al mare, in montagna, nella foresta, possono pensare e pregare per tutte le persone e i parenti che hanno perduto a causa del narcotraffico.

Dunque un luogo violato, perché dove prima si pregava adesso si combatte. Nel tuo film, infatti, si parla di lotte ma anche di sparizioni e misticismo…
Sì, sicuramente uno dei temi di questo film è la ricerca spirituale. Ma soprattutto il voler approcciare concetti quotidiani, come la maternità e la perdita di una persona cara, in maniera assoluta, metafisica, in modo che la fine di tutto sia al contempo l’inizio. Erwin, il bambino protagonista, che si perde nel bosco alla ricerca della madre, ha un potere speciale di cui non si rende conto: quando chiede alla natura di sua madre, la natura gli risponde.

Quindi possiamo dire che Erwin rappresenta la parte buona, innocente dell’umanità, quel che eravamo e quel che dovremmo tornare ad essere?
Sì. Il bambino svolge una doppia funzione: oltre che se stesso, rappresenta l’umanità. Entrambi percepiscono che l’essere umano non sa cosa sta facendo, ma sa che si sta distruggendo. Il piccolo è sperduto al centro di un bosco minaccioso e piangendo cerca sua madre chiamandola ripetutamente.

Perciò la natura, rappresentata dalla foresta, è affettuosa come una madre nei confronti del bambino mentre, attraverso l’apocalisse, è vendicativa nei confronti di quella parte dell’umanità che maltratta i contadini e non rispetta la sua sacralità.
Sì, perché il bambino non avrebbe dovuto pagare e soffrire per colpe non sue, e perciò la natura  annienta i veri responsabili.

Quindi le sparizioni, ormai piaga sociale in Messico, dal punto di vista metafisico rappresentano la perdita della speranza riguardo il nostro futuro. Ecco, forse abbiamo perso il nostro futuro e, come Erwin cerca la madre rivolgendosi alla natura, dobbiamo andare a cercarlo per salvarci…
Sì è così. Bisogna che tutto cambi completamente nel Sanctorum o arriverà una forza metafisica che cambi tutto ciò che serve alle persone più bisognose.

Certo, l’apocalisse. Ecco perché tu punti il dito sulla condizione di violenza e di disparità sociale che si consuma in Messico nei confronti dei più poveri. Sono loro che pagano il prezzo di questa perduta spiritualità…
Esattamente. In Messico le cose cambiano solo per la classe agiata, mentre la parte più povera ristagna e il governo non fa nulla per cambiare le cose.

Quindi i responsabili della situazione sono due: da un lato i cartelli del narcotraffico e dall’altro il governo.
Proprio così. C’è una criminalizzazione nei confronti dei contadini messicani da parte dello Stato. I poveri vengono visti come dei criminali perché sono quelli che, per pochi spiccioli, coltivano e raccolgono la marijuana o i papaveri. Ma loro non hanno alcuna possibilità di coltivare mais o caffè…

Certo, le multinazionali se li mangerebbero vivi…
Appunto, e quindi per poter sopravvivere fanno queste coltivazioni illegali per le quali vengono colpevolizzati.

Vista così, praticamente per loro non c’è via d’uscita…
No. I narcos sono contro gli agricoltori, come anche i militari e il governo. Insomma, sono attaccati da due fronti e la battaglia sta nel mezzo.

E questi contrasti si vedono anche nella struttura del film: fantasia contro realtà, pace contro lotta, silenzio contro caos. Quello tra natura e uomo viene paradossalmente enfatizzato dal silenzio della foresta. Essa però non è muta, semplicemente abbiamo perso la capacità di sentirla.
Il concetto è più metafisico. Credo che vita e morte, bene e male, amore e odio siano concetti che si stanno parlando. Nel film abbiamo da una parte il bimbo che cerca sua madre, cioè l’umanità, dall’altra il bosco, cioè la natura, che reagisce e lo accoglie con il ronzio di una lucciola. In questo modo viene rappresentato il tutto.

Il suono e le immagini nel tuo film sono straordinarie.
Sergio Diaz, il direttore del suono, è un grande amico. È il secondo film che giriamo assieme e ha capito benissimo quel che volevo, come intendevo il film e come trasportare tutte le emozioni al suo interno. Anche la musica è stata importantissima, è stato fatto un gran lavoro, perché volevo che il film fosse carico di un’atmosfera grandiosa e piena di mistero che ti porta a capire che qualcosa sta per succedere. Anche Mateo Guzman, il direttore della fotografia, è un mio grande amico. Egli sa bene come la luce può diventare chiara o scura veicolando così diverse emozioni.

E il piccolo? Come lo hai trovato?
Oh, è stato incredibile, conoscerlo è stata una vera coincidenza. Al tempo aveva quattro anni, era silenzioso, molto timido e diffidente. Ma pian piano si è aperto e parlando sono diventato suo amico.

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