Intervista a Yulene Olaizola e Indira Andrewin per il film Selva Tragica

Indira Andrewin e Yulene OlaizolaIntervista di Vanessa Forte.

Abbiamo incontrato Yulene Olaizola (di seguito YO) e Indira Andrewin (di seguito IA), rispettivamente regista e attrice del film Selva Tragica, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 77. Ecco cosa ci hanno detto.

In tutti i tuoi film le ambientazioni sono fondamentali. Questa volta, però, la giungla è il personaggio principale, visto che si incarna nella protagonista Agnes.
YO: Penso sia proprio così: le prime idee che mi vengono in mente per fare un film di solito iniziano con un luogo che scopro, perché lo voglio condividere con il pubblico e quindi ci voglio girare. Quindi, quando mi sento eccitata per aver trovato un posto, vuol proprio dire che voglio farci un film.

Come hai “scoperto” il Belize?
YO: La prima volta che ci sono stata, stavo trascorrendo le vacanze in alcune bellissime spiagge messicane; poi ho visto un cartello sull’autostrada che diceva “Confine con il Belize” e ho pensato “Cosa? Abbiamo un confine con il Belize?” e così ho deciso di provare ad attraversarlo. Purtroppo, però, non avevo con me i documenti giusti per poter passare. Ma un anno dopo sono tornata lì, ho attraversato il confine e ho iniziato ad innamorarmi dell’idea di fare qualcosa per questo piccolo paese. Poche persone in Messico conoscono il Belize, non ne sanno nulla a meno che non vivano in quella zona di confine.

Forse a causa della lingua diversa (in Belize si parla inglese)?
YO: Non solo abbiamo lingue diverse, ma non ci sono neanche molti collegamenti aerei e non puoi volare da Città del Messico a Belize City. Per gli americani è molto comune andare in vacanza in Belize, mentre non lo è per i messicani. Penso sia fondamentalmente perché le compagnie aeree non hanno voli dal Messico al Belize e devi passare il confine in auto o in nave. Per questo, quando ho scoperto il Belize, sono rimasta così sorpresa. È un posto fantastico, dove c’è tutta una nuova cultura che in Messico non conosciamo. Quindi mi sono semplicemente innamorata dell’idea di fare qualcosa in quel mondo attraversando il confine, che è un piccolo fiume sottile. In seguito ho letto di un romanzo messicano ambientato in quella zona all’inizio degli anni Venti: parla dell’industria della gomma da masticare e ha un personaggio femminile che, nella giungla, è circondato da uomini.

In Messico molte persone lavoravano nell’industria della gomma da masticare?
YO: Hanno cominciato negli anni Venti, ma divenne enorme negli anni Quaranta e Cinquanta: pensa che il chewing-gum che veniva prodotto per i soldati americani nella seconda guerra mondiale proveniva da questa zona. Oggi, in Messico, non molte persone conoscono più questo settore: lo conosci solo se vivi in questa zona ma non nel resto del paese. Il Messico è un grande paese, quindi è difficile sapere di queste cose. Ma quando ho saputo del chewing gum sono rimasta colpita e mi ha affascinato vedere con i miei occhi il colore bianco uscire dall’albero, come dell’oro bianco dato che a quei tempi la gomma era davvero costosa.

Nel film la natura si difende: al potere più pericoloso, quello dell’uomo, oppone quello della donna, incarnandosi in Agnes. È l’opposto o è lo stesso potere?
YO: Non lo so. Fortunatamente non devo rispondere a queste domande quando sto girando un film, perché fare un film dipende molto dall’intuizione e, a volte, anche da decisioni pratiche. Le domande più razionali, o le spiegazioni, a volte vengono dopo. Sapevo di essere interessata a fare un film sull’incontro tra il mondo femminile e quello maschile.

La natura è universale: per questo motivo il narratore è un uomo?
YO: Esatto. La voce racconta la leggenda Maya dell’Xtabay (demone che protegge la giungla). Di solito le persone che ne vengono attratte sono uomini e dunque sono loro che ne narrano la storia. Era importante avere una voce maschile. Ma è anche per equilibrio: abbiamo una voce maschile e abbiamo la protagonista che è una donna.

Due parti della stessa medaglia…
YO: Quando ho scoperto questo fiume e i due confini, mi sono innamorata dell’idea di pensare il film come uno specchio: da un lato hai il mondo reale dell’industria delle gomme da masticare e dall’altro un mondo fantastico appartenente a quegli stessi uomini. Abbiamo due uomini nel casting con un occhio solo, un ragazzo del Belize e uno messicano, quindi tutto è come in uno specchio.

La natura è molto aggressiva ma alla fine del film è compassionevole, gentile, più degli uomini. Qual è dunque la sua vera “natura”?
YO: Penso che la Natura non sia nessuna di queste cose, la Natura è proprio come la Natura, tutto… Un giorno è la vita, un giorno è il teatro. Una delle cose che ho letto mentre facevo ricerche per il film è stata scritta da un autore messicano che ha detto che la giungla può essere davvero spaventosa e malvagia, puoi avere giaguari e zanzare, ma niente è paragonabile con il male che troverai negli esseri umani.

Allora è l’universalità della Natura che ti ha fatto scegliere di non dare una precisa connotazione stilistica al tuo film?
YO: Intendi un approccio stilistico speciale? Per me l’approccio formale e dell’immagine è stato sempre cercare di essere molto naturale, quasi girare il film in uno stile documentaristico.

Ma il tuo film non è un documentario…
YO: No, infatti, non lo è. Ma volevo girare il film con quell’approccio, con quella distanza. Infatti ci sono alcune parti, come quando vedi gli uomini che lavorano, in cui abbiamo solo cercato di seguirli nel loro fare.

Deve essere stato difficile…
YO: Molto difficile. Non volevo essere coinvolta con della tecnologia filmica, delle riprese artificiali. Voglio dire, avrei potuto farlo, avrei potuto usare un drone e volare sopra la giungla, ma volevo solo fare un film con i piedi per terra, solo una bella cinepresa grande e buona per evitare di avere troppe cose nella giungla ed essere il più naturale e organica possibile. Quindi la maggior parte delle volte c’era solo l’operatore con la macchina a spalla a muoversi accanto ai personaggi con solo poche luci artificiali.

Quanto tempo hai girato nella giungla?
YO: Sette settimane. Non così tanto, ma è sembrato un tempo molto lungo.

Il film ha più livelli narrativi. Quanto è stato difficile armonizzarli?
YO: È stato difficile ed è stata una decisione rischiosa, sin dall’inizio quando stavamo scrivendo la sceneggiatura. Mentre stavamo cercando i soldi, abbiamo sentito commenti del tipo “il film non è chiaro”, è confuso, non si capisce quale sia il personaggio principale”…

A me sembra un buon equilibrio.
YO: Grazie! Ma era rischioso! Perché non era il percorso più chiaro né il più comune né il più convenzionale.

È come un puzzle, alla fine ogni pezzo è nella giusta posizione.
YO: È stato un lavoro lungo. Sia scrivendo la sceneggiatura sia durante il montaggio. Abbiamo dovuto provare incastri diversi per quei pezzi del puzzle. Ma in qualche modo sono stata davvero libera durante le riprese, perché abbiamo girato tutto con uno sfondo verde: in questo modo, senza continuità nello spazio e nel tempo, abbiamo potuto spostare ogni tessera in una diversa posizione. Così, a volte, abbiamo tolto una parte girata per una sequenza e l’abbiamo messa in un’altra. Tutta questa libertà, però, può essere un problema durante il montaggio perché puoi prendere molte decisioni diverse. Abbiamo cercato di trovare la giusta strada ma è stato un lungo processo.

Si inserisce l’attrice Indira Andrewin.

Indira, questa non solo è la tua prima esperienza come attrice ma sei anche la protagonista: quanto è stato difficile?
IA: Non è stato difficile. Il ruolo d’attrice mi è venuto molto naturale. Sono nata in un villaggio a contatto con la giungla, a piedi nudi, con una casa di legno. Quindi sono sempre stata collegata alla natura ed è stato facile interpretare il personaggio di Agnes che, come me, si sente in perfetta armonia con la natura.

Ti è stato d’aiuto lavorare con un team di nazionalità diversa per diventare Agnes? In fondo anche lei si trova nella stessa situazione: è nella giungla circondata da estranei…
IA: Come ho detto, è stato molto naturale e, proprio come nella vita reale, molte cose accadute nel film stavano effettivamente accadendo dietro le quinte…

Hai mai incontrato qualcuno che abbia incontrato Xtabay?
IA: Sì certamente, penso che un’alta percentuale della mia famiglia e dei miei amici in Belize lo abbia fatto! È molto comune. Mia madre, che ha vissuto in un villaggio di minatori per alcuni anni, una volta aveva mangiato qualcosa di velenoso e stava vomitando nel fiume. Alcuni di loro, che erano lì a lavare i loro vestiti, sono scappati urlando “Oh mio dio! È Xtabay!”. Le persone, quando sono nella giungla, pensano sempre di aver visto davvero Xtabay.

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