Intervista a Philipp Yuryev e Arieh Worthalter del film Kitoboy

Arieh Worthalter e Philipp YuryevIntervista di Vanessa Forte.

Abbiamo incontrato il regista Philipp Yuryev (di seguito PY) e l’attore Arieh Worthalter (di seguito AW) di Kitoboy, film vincitore del GdA Giornate degli Autori Director’s Award. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Perché hai deciso di spostare l’ambientazione della tua storia da un villaggio di pescatori ad uno di cacciatori di balene? Qual è il valore aggiunto?
PY: Molto tempo fa ho visto un documentario su un villaggio di cacciatori di balene e ho pensato che fosse un posto pazzesco per girare. Non avevo nessuna storia in quel momento, sono rimasto solo colpito dal posto e ho capito che dovevo girarci qualcosa.
Pochi anni dopo, però, ho avuto un’idea su come combinare due storie diverse, una sulla vita in un luogo così remoto e una sull’innamoramento verso una ragazza attraverso un computer. Quindi si è trattato solo di combinare cose diverse e in quel momento ho pensato che potesse funzionare. Ho impiegato del tempo per scrivere la sceneggiatura e raccogliere i fondi, poi, alcuni anni dopo, sono andato per la prima volta a Chukotka dove ho capito che la sceneggiatura lì funzionava davvero perché i ragazzi si comportano in modo molto simile al personaggio delle riprese. Lì i ragazzi per vivere fanno i cacciatori di balene e cercano di trovare il wifi per connettersi ad Internet dove guardano foto di ragazze. Perciò la storia è molto vicina alla realtà ed è per questo che penso che il villaggio di cacciatori di balene sia diventato un posto perfetto per questo film. Inoltre sono molto vicini al confine americano e, come nel film, si può attraversare il confine in barca (lo Stretto di Bering) e spostarsi in America: mi hanno raccontato una storia in cui alcuni ragazzi chukotkiani, negli anni novanta, attraversarono illegalmente lo Stretto per andare in Alaska. La storia funzionava, aveva tutti gli elementi giusti.

Pensi che la tecnologia possa influenzare negativamente la vita di comunità come queste, isolate e tagliate fuori dal mondo, perché non sono ancora in grado di gestirne la complessità? Voglio dire Leshka, il protagonista, pensa che la ragazza sia proprio dietro l’angolo e la città di Detroit sia raggiungibile a piedi.
PY: L’influenza del “grande” mondo è avvenuta in questo posto molto tempo fa, ma non con Internet: c’erano tante piccole tribù, vivevano in piccoli villaggi, facevano le stesse cose da secoli. Poi, con l’Unione Sovietica la loro vita è stata distrutta, perché il governo ha portato via alcune persone dai villaggi per creare una sorta di grande centro. Questa è stata la causa principale della distruzione delle loro tradizioni. Anche il villaggio di Chukotka è cresciuto negli anni Cinquanta in Unione Sovietica con persone provenienti da diverse piccole tribù che vivevano insieme e dove poi è apparso l’alcol che è risultato essere la più grande tragedia accaduta a questa gente perché, come nelle vecchie tribù indiane, li ha uccisi.

La differenza tra le due nazioni, USA e Russia, poste sui due lati dello Stretto di Bering, è di soli 87 km: ma quanto è veramente lunga questa distanza culturalmente?
PY: Questi luoghi hanno una forte connessione, perché Chukotkes ed Esquimesi sono molto vicini. Alcuni coobotcka vivono nei villaggi degli esquimesi e alcuni esquimesi vivono nei loro villaggi. Penso che siano molto vicini gli uni agli altri: il villaggio di Chukotkian sembra così remoto, ma anche i villaggi dell’Alaska vicini allo stretto di Bering hanno un aspetto molto simile e, sebbene Ankorage, la capitale dell’Alaska, sia una città moderna, in questi territori senti che la civiltà non c’è ancora. Quello che forse hanno di più in comune è che sono persone molto speciali: hanno un umorismo speciale, un modo di parlare speciale e credenze spirituali speciali. Credono negli spiriti e non sono affatto russi, non sono come chi abita nella Siberia russa, sono una tribù fatta di persone molto forti, potenti, la cui storia è impressionante perché sono l’unica tribù che, al contrario di tutte le altre, non è stata piegata.

Il film sembra proporre il classico “sogno americano”: Leshka parte per trovare l’amore e forse una vita migliore solo per rendersi poi conto che l’America è a casa. Per te il sogno americano è dunque morto?
PY: Non cercavo di creare la “vera” America. È l’America del sogno di un ragazzo. Non è un posto reale, è come una favola. Quindi non è ideale e, ovviamente, non è come la immagina. I ragazzi discutono di America e dicono “guarda, vivono nei grattacieli”, ma non capiscono che è così solo nei film.

Si inserisce nella conversazione l’attore Arieh Worthalter.

Il tuo personaggio, una guardia di frontiera americana, comprende realisticamente che il ragazzo si nutre di un’illusione e lo riporta a casa. Possiamo dire che sei la parte buona del suo sogno?
AW: Sì, potremmo dire che sono la parte buona del sogno, oppure potremmo dire che sono la parte sensibile del sogno. Il mio personaggio può anche essere visto come un fantasma, come qualcuno che non esiste davvero, come qualcuno che fa parte del sogno di Leshka. C’è qualcosa di mistico in questo, come i cacciatori che incontra sull’isola dove fa naufragio, non lo sai davvero se sono reali o no.
Penso che il mio personaggio si possa valutare davvero in questo modo: che il ragazzo stia dicendo la verità o no, non c’è modo che lui lo porti in America, e fa l’unica cosa che sembra umana, o almeno giusta.

Io pensavo fosse reale: l’avventura di Leshka ha un happy end perché la guardia di frontiera non gli spara, come era invece successo ad un’altra persona del villaggio. Questo però, effettivamente, è tutt’altro che la realtà, dove la polizia spara alle persone normali.
AW: Sì, se fosse una situazione di vita reale, il ragazzo verrebbe fucilato. Nel momento in cui si alza in spiaggia, gli sparerebbero. Ecco perché intendo dire che c’è qualcosa di surreale al riguardo. 

Quindi, pensi che l’America e il mondo non abbiano una possibilità?
AW: No, questo è esattamente l’opposto di quello che si dice alla fine del film: viene presa una decisione, ma forse a farlo è Leshka e non la pattuglia di confine.
PY: Ho sentito una storia simile dove degli ufficiali di frontiera hanno visto un ragazzo che aveva appena attraversato il confine e si era perso: stava leggendo un libro ed era perso nelle sue fantasie, e loro semplicemente non hanno chiamato la polizia ma l’hanno portato a casa. Penso però che casi del genere possano esistere in un mondo ideale, perché nella vita reale verrebbe messo in prigione.

Come con i messicani…
PY: Penso che sia una storia interessante perché il confine con il Messico è visto come un posto molto controllato ma, come nello Stretto di Bering, ci sono stati molti casi di persone che lo hanno attraversato e, negli anni Novanta, quello era un modo per arrivare in America.

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