Intervista a Kim Jee-woon: “Sono lo strano del cinema coreano”

kim jee-woonIn occasione del 15esimo Florence Korea Film Fest, ho incontrato Kim Jee-woon, ospite al festival per presentare il suo ultimo film The Age of Shadows. Ecco cosa mi ha raccontato in merito al film, al nuovo che sta già girando, al suo rapporto con la Corea e molto altro.

Partiamo da The Age of Shadows, ambientato negli anni Venti e Trenta quando la Corea fronteggiava il dominio del Giappone. Come è nato questo progetto?
E’ arrivata la proposta dalla Warner Korea che voleva fare un film con me. A me è sempre interessato il movimento indipendentista di cui parlo nel film, che è stato il più violento tra i vari movimenti di indipendenza che c’erano in Corea al tempo. Mi sono basato su un incidente che a livello storico è realmente accaduto, ovvero il tentativo di far saltare in aria il quartier generale del Giappone. Inoltre da giovane avevo letto un libro, intitolato Arirang, che è la storia di vita di un terrorista che lottò contro il Giappone e dei sacrifici fatti per la sua patria. La parte più d’azione è finita ne Il buono il matto e il cattivo, mentre la parte più patriottica è finita in The Age of Shadows.

Sin dal titolo si parla di ombre (shadows). Pensi che la Corea di oggi patisca ancora un po’ i segni della sua storia passata e la presenza del vicino Giappone, oppure no?
Sicuramente ne è uscita, però ci sono ancora delle piccole cose che sono rimaste. Una sono le “comfort women” [donne e ragazze coreane rapite e costrette a prostituirsi nelle fila dell’esercito giapponese] per le quali il Giappone ancora non ha chiesto scusa. Poi ci sono ancora i possedimenti e la ricchezza dei coreani che un tempo stavano dalla parte del Giappone. Quindi non ne siamo davvero usciti in tutto e per tutto.

The Age of Shadows segna il tuo ritorno in patria dopo The Last Stand in America. Come è stato lavorare ad Hollywood e come è stato tornare a girare in patria?
E’ cambiato molto il mio modo di fare cinema dopo Hollywood, perché lì ho imparato a gestire meglio i giorni di shooting. Prima in Corea quando giravo tendevo a farne molti di più di quelli previsti, mentre dopo Hollywood la cosa è cambiata. E The Age of Shadows l’ho girato negli “shooting day” che avevo previsto. Inoltre prima di andare a Hollywood quando giravo ciò a cui pensavo di più è “cosa io voglio far vedere?”, perché volevo far vedere quello che io soggettivamente volevo mostrare al pubblico. Invece dopo Hollywood ho iniziato a chiedermi di cosa una scena avesse bisogno. Insomma, un approccio più oggettivo. Ho quindi lasciato un po’ il mio stile per andare più sull’opera stessa e ciò che questa richiede.

In molti tuoi film, come in generale in tanti film coreani, ricorre il tema della vendetta. Perché il cinema coreano ha un feeling così stretto con questo sentimento?
La vendetta esprime un elemento drammatico in un modo violento. Poi sicuramente i vari episodi che ci sono stati nella Storia della Corea, come l’occupazione giapponese, la guerra di Corea, la divisione delle due Coree, le varie dittature, possono aver fatto crescere questo sentimento.

Citando un tuo film, Kim Jee-woon si sente più il buono, il matto (lo strano) o il cattivo del cinema coreano?
Lo strano. ( …e ci ride sopra)
Non il cattivo?
No, non faccio delle cose cattive, non mi pare di fare cose tanto cattive…
Lasci questo appellativo a Park Chan-wook…
Forse sì…

Una domanda più personale, se posso: perché porti sempre il cappellino? Ha un particolare significato, magari scaramantico?
No, non è scaramanzia. L’ho messo una volta e mi è sembrato comodo. Poi più nascondo il mio viso, più mi sento a mio agio.

Progetti per il futuro, stai già lavorando ad un nuovo film?
Sì, si intitola Jin-Roh. E’ un live action tratto dal lungometraggio animato scritto da Oshii Mamoru, che ha fatto anche Ghost in the Shell. Sarà uno sci-fi noir e sarà ambientato in una Corea buia e distopica tra vent’anni.

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