Intervista a Concetta D’Angeli sul libro Le Rovinose

Intervista a Concetta D’Angeli, autrice del libro Le rovinose.

le rovinose libroL’amicizia tra due donne molto diverse per passioni, sogni e illusioni, le cui vite hanno preso strade divergenti, viene raccontata avendo come sfondo la brutalità che colpì l’Italia durante gli anni di piombo. Questo il cuore di Le rovinose di Concetta D’Angeli, pubblicato da Il ramo e la foglia edizioni, in libreria e sugli store online dal 1 luglio. Ho incontrato l’autrice, ecco cosa mi ha raccontato.

Partiamo dal titolo: chi sono Le rovinose?
Sono due ragazze che s’incontrano a Siena negli anni universitari, diventano amiche, poi le loro strade divergono: una, dopo la laurea in architettura, si trasferisce a Milano, l’altra sposa un ricco aristocratico e vive in Salento, dove il marito lavora. Si tengono in contatto però, nonostante le difficoltà e gli sbandamenti delle loro vite, assai dissimili. Fino alla sconfitta finale.

Il romanzo è ambientato nell’Italia degli anni di piombo. Perché hai scelto proprio questo periodo e come l’hai “creato” a sfondo delle vicende delle due protagoniste Silvana e Clara?
Credo che gli “anni di piombo” siano stati il periodo più tenebroso e misterioso del secondo dopoguerra; nonostante il boom economico recente e le tante migliorie della vita sociale soprattutto nell’esistenza delle donne (il divorzio, l’abrogazione del divieto di propagandare e usare i contraccettivi, la riforma del diritto di famiglia che riconobbe la parità di genere nel matrimonio e cancellò il delitto d’onore, la legalizzazione dell’aborto) era difficile vivere allora, e adesso mi pare che a proposito di quegli anni si sia imposta una volontà di rimozione collettiva, se ne parla poco, col fastidio che produce un granello di polvere nell’occhio. In realtà è una trave!
Nel romanzo io non lo rappresento in modo frontale, piuttosto è uno sfondo, come dici giustamente; e per renderlo tale, senza farne il focus della vicenda ma evitando di renderlo troppo marginale, sono ricorsa a tre modalità narrative: la prima è che ho intrecciato le tragedie di quegli anni con la quotidianità delle due protagoniste, dove le notizie di attentati e assassini trapelano attraverso i notiziari di radio e televisione, i titoli di giornali, i commenti nei bar, nei treni, nei luoghi di lavoro; la seconda è che ho fatto del protagonista maschile un personaggio chiaroscurato, il suo passato è indefinito, pare che affondi nella lotta armata ma resta dubbio se vi abbia avuto un ruolo attivo o solo informativo; e soprattutto ho inserito alla fine del romanzo una Cronologia che annota, anno per anno, tutti gli omicidi compiuti in Italia per mano del terrorismo politico e delle mafie, dal 1976 al 1988, gli anni in cui si svolge la mia storia.

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Che lavoro comporta dare voce a fatti e vicende storiche di un così ricco e complesso periodo storico? Come hai affrontato lo studio di un arco temporale tanto articolato?
Prima d’iniziare a scrivere faccio sempre qualche ricerca, per rendere credibili i personaggi e non commettere errori grossolani di ambientazione; nel mio primo romanzo, Tempo fermo, per esempio, ho studiato dei manuali di canto perché la protagonista è una cantante lirica. Dunque anche per Le rovinose mi sono documentata, sebbene io sia stata testimone oculare di quegli anni; però ne avevo ricordi scarsi, confusi, forse fallaci. Quindi ho letto documenti, resoconti, libri di storia, ho parlato con vari studiosi e una brava storica, la mia amica Alessandra Peretti, ha revisionato tutta la Cronologia – un lavoro certosino di cui le sono grata.

I capitoli del tuo romanzo sono introdotti da citazioni importanti. A cosa è dovuta questa scelta?
A me piace molto l’uso dei romanzieri sette-ottocenteschi d’inserire all’inizio di ogni capitolo alcune frasi che lo riassumono, mi sembra una forma di cortesia verso il lettore, come dirgli “se questo argomento non t’interessa, puoi saltare il capitolo”. Una pratica che però si adatta poco alla narrativa contemporanea, troppo destrutturata e assai meno sistematica di quella che ci ha preceduto. Perciò ho cercato un equivalente di quei “riassuntini di cortesia” e mi è sembrato di poterlo individuare in massime o brevi citazioni di autori del passato, che si prestino a sintetizzare non tanto le vicende quanto il senso dei capitoli che inaugurano.

Perché un lettore dovrebbe leggere il tuo libro? Dacci tre buoni motivi.
Vuoi mettere alla prova la vanità dell’autrice, eh? Va bene, mi cimento.
Primo motivo: perché è un libro pensato, lungamente lavorato, basato su una struttura che lo sorregge dall’inizio alla fine; insomma è l’opposto degli instant books.
Secondo motivo: perché parla di un argomento che conosco bene, il mondo delle donne, in molte sfaccettature, negli aspetti positivi e in quelli negativi; e in particolare parla di quella generazione femminile che in Italia registrò una radicale trasformazione, l’acquisizione di una libertà prima limitata a pochissime privilegiate, la consapevolezza di diritti fino a quel momento negati o concessi con degnazione, come fossero premi di buona condotta. Le donne diventarono cittadine, almeno sulla carta e per legge; e anche in questo caso le conseguenze non furono sempre positive.
Terzo motivo: perché è scritto secondo le regole dell’italiano classico, pretende di mantenerne le frasi ad ampie campate, le strutture sintattiche, i congiuntivi. È una scommessa difficile, l’italiano tradizionale è ingessato, impettito, la sua rigidezza sintattica si spezza facilmente, le frasi rischiano di ricadere su se stesse per il loro stesso peso, eppure può essere aereo, musicale, poliedrico, ricchissimo. Sono contenta di essermi cimentata in questa sfida.

E tre aggettivi che lo definiscono?
Cupo. Vitale. Doloroso.

Le rovinose non mi pare facilmente inquadrabile in un genere letterario, anche se mi fa venire in mente libri di Scurati o De Cataldo. Quali sono i tuoi autori preferiti? A quali ti ispiri?
Il mio non è un romanzo storico e non aspira ad esserlo, le ricerche che ho fatto prima di scriverlo non si possono in nessun modo definire vere e proprie ricerche storiche, e del resto non è la ricostruzione storica che m’interessa; a me piace guardare dentro i personaggi, rappresentarne la personalità, farli parlare in modi convincenti e in armonia con le loro identità. M’interesso alla storia perché non mi piacciono i romanzi campati in aria, perché la mia formazione culturale e ideologica m’ha insegnato a legare alla realtà qualunque evento e qualunque figura, soprattutto quelli creati dalla fantasia: per me sono sempre una riscrittura del reale.
Mi chiedi quali siano gli autori a cui m’ispiro. Quelli che amo sono troppo al di sopra di me per poterli pretendere a modelli; ma naturalmente ci sono autori che amo d’intenso amore. Per dire i primi che mi vengono in mente e limitandomi alla modernità: Dostoevskij, Conrad, Proust, Céline, Elsa Morante, Thomas Bernhard… Non ho gusti coerenti.

Guardiamo al futuro: stai già scrivendo o hai in mente qualcosa di nuovo?
Sì, sto scrivendo ma non è un vero romanzo, sono racconti molto brevi, forse flashes narrativi sarebbe la definizione migliore; e come sempre riguardano il mondo femminile. Scrivere Le rovinose è stato impegnativo, subito dopo non mi sono sentita la forza di edificare la struttura che il romanzo secondo me comporta; i flashes mi sono sembrati un’impresa più adeguata per il momento. Mi manca ancora parecchio lavoro però, sono una scrittrice lentissima, le mie gestazioni sono molto lunghe.

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