I difetti fondamentali: recensione libro di racconti di Luca Ricci

Recensione libro I difetti fondamentali di Luca Ricci.

i difetti fondamentaliL’arte del racconto al suo meglio. Questo il “sottotitolo” del libro I difetti fondamentali di Luca Ricci. Un sottotitolo di peso, ingombrante, anche senza (falsa) modestia, che la dice lunga sulla fama del suo autore, (a merito) ritenuto da molti la penna più brillante in Italia quando si parla di racconti. Già, quei racconti che nell’editoria nostrana trovano così tanta difficoltà a ritagliarsi un posticino.

I difetti fondamentali, però, non è solo una raccolta di quattrodici racconti scritti in modo pungente e dissacrante, secco e ficcante, ma anche una meta-riflessione proprio sul piccolo grande mondo degli scrittori, delle case editrici, tra editor e magnati, tra chi ci mette la faccia e chi i soldi, tra chi scopre e alleva veri talenti e chi si “accontenta” del best seller dell’influencer di turno.

Il rothiano, il rifiutato, l’adultero, l’affittacamere, lo scomparso, l’invidioso, l’eccitato, lo stregato, il suggestionabile, il manierista, il solitario, la canonizzata, il velleitario e il folle. Questi i “tipi” teorizzati da Luca Ricci, una galleria di “mostri” che presto sconfinano dal mondo della carta stampata alla vita quotidiana. Impercettibili e mastodontiche idiosincrasie, manie, paure, tic e fissazioni si susseguono nello stile dello scrittore pisano alternando, in modo sapiente e volontario, pieni e vuoti, ora illumina(n)ti ora disarma(n)ti. Anche laddove Ricci pare menare il can per l’aia, pare girare in tondo attorno al nulla, pare friggere l’aria, in realtà sta sublimando le sua capacità di scrittore, che come un Sorrentino della letteratura sa parlare del nulla e farlo sembrare il tutto, e viceversa.

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Accurato, cinico e disilluso nelle descrizioni, scongiurando (quasi) sempre la noia e la boria, Ricci spesso e volentieri abbandona da una parte il cuore della vicenda per parlare di ciò che più gli va e gli piace, ricamando acrobazie e sproloqui che, come un paradosso e come per magia, si stagliano come le parti migliori dei suoi racconti. Regalandoci perle che avidamente ci segniamo su un taccuino, come: “Ho trasferito la rabbia dalla vita ai libri, ecco cos’è scrivere, è organizzare traslochi sbagliati, è separarsi dagli slanci più belli” oppure “Ecco forse la giusta distanza di un romanziere rispetto alla realtà, non deve stare a guardare sempre giù in strada ma neanche solo dentro di sé, deve buttare un occhio sul pianerottolo”.

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Quattordici ritratti (in)discreti, acuti e aguzzi sulle pieghe più morbose dell’essere uomini, oltre che scrittori, in erba o affermati. Così reali da tendere al teatro dell’assurdo, così veri da spaventare fino al rifiuto, come uno specchio in cui non vogliamo guardare. In bilico tra cinismo, malinconia e beffarda esagerazione, i quattordici stereotipi si trasformano in fotografie dannatamente umane, slittando presto dal mondo dei libri a quello della più bieca quotidianità.

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