Gli anni più belli: il capolavoro di Gabriele Muccino

Recensione Gli anni più belli di Gabriele Muccino.

gli anni più belliÈ bello da far male l’ultimo film di Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Ed è, insieme a Ricordati di me, anche il film più bello della sua filmografia. Un’opera che s’inserisce perfettamente nel filone già (ampiamente e ben) tracciato della sua produzione made in Italy, tutta incentrata e saldamente imperniata intorno ai temi e ai sentimenti di amore e amicizia, con relativi tradimenti e contro-tradimenti, in un continuo andirivieni di gioie e dolori, cuori spezzati e ricomposti.

Gli anni più belli ha la maturità di Ricordati di me (2003), alla quale aveva preparato la strada L’ultimo bacio due anni prima. Allo stesso modo, Gli anni più belli ha fatto fare lo “sporco lavoro” ad A casa tutti bene, che, esattamente due anni fa, con un trionfo di eccessi melodrammatici aveva permesso a Muccino di fare nuovamente breccia nelle anime tormentate dei suoi personaggi più cari e nella sensibilità del pubblico nostrano, da sempre masochisticamente incline a vedersi riflesso nello schermo.

Gli anni più belli incarna quel desiderio che, prima o dopo, covano tutti i registi italiani: fare un film che solchi un lungo arco temporale (minimo trent’anni!). Bertolucci e Scola su tutti, le cui orme in tempi più recenti erano state seguite, con esiti da non sottostimare, da Giovanni Veronesi con L’ultima ruota del carro. Il film di Muccino va dai favolosi anni Ottanta fino ai giorni nostri, dai mondiali di Italia 90 allo scandalo di Mani Pulite, dall’ascesa di Berlusconi all’11 settembre. È la Storia recente che tutti conosciamo, e che anche Muccino conosce bene, e questo si sente nel film. Sa “di cosa parla”, ma soprattutto lo sanno i suoi personaggi. Perché sta qui uno dei punti forti de Gli anni più belli: le storie di questo trio di amici (Giulio, Paolo e Riccardo), legati a doppio filo da una ragazza (Gemma), non vengono mai schiacciati narrativamente dalla Storia. Davide vince su Golia, il piccolo vince sul grande, anzi il piccolo si fa grande, come in un ingannevole e beffardo gioco di prospettive. La stessa beffa che spesso ci tira la vita, con le sue andate e i suoi ritorni, corsi e ricorsi, che tanto ci fanno soffrire ma che anche ci fanno essere quello che siamo (“Le cicatrici sono il segno che è stata dura, il sorriso è il segno che ce l’abbiamo fatta!” afferma il personaggio di Kim Rossi Stuart).
Ecco, Gli anni più belli ci entra dentro proprio perché ci è vicino, ci racconta qualcosa che ci è familiare, e quindi caro. Una volta tanto (se gli si perdona il turbolento e stonato inizio un po’ alla Amores perros), Muccino riduce grida e capelli strappati a favore di un tono che, pur deciso e inondante, sa farsi più dolce, più avvolgente, più caloroso. E una grossa mano gli viene anche dalla pressoché continua colonna sonora di Nicola Piovani, che rende tutto più lirico e nostalgico, proprio come fanno alcune canzoni di Baglioni che si erge a colonna sonora della nostra vita, dei nostri sentimenti (soprattutto i più dolorosi e spinosi), spingendo in almeno un paio di occasioni i nostri lacrimoni a sconfinare sulle guance.

Gli anni più belli è un’epopea del quotidiano che ci porta via con sé, alla quale non possiamo resistere né scappare, fino ad un finale, stranamente positivo ma anche lievemente malinconico, che ci fa alzare dalla poltroncina con un magone che pompa nuovo sangue al cuore.

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