First Man – Il primo uomo: Chazelle in orbita attorno al nostro cuore

Recensione di First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle.

Ryan Gosling in First Man“Ha toccato! Ha toccato al cuore!” potremmo dire di First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle, film d’apertura del 75esimo Festival di Venezia, parafrasando i toni entusiasti dei cronisti che nel luglio 1969 descrissero il momento in cui l’Apollo 11 accarezzò il suolo lunare. Ma quanti colpi a quel cuore, morti, dolori, ferite ci sono voluti per arrivare a quel “piccolo balzo per l’uomo”.

First Man – Il primo uomo è un nuovo tassello nella giovane filmografia di Chazelle, regista che assai presto è passato dallo stampo indie di Whiplash a quello più commerciale (alla corte di Hollywood) con La La Land. Un nuovo tassello, che puzza di commissione, col quale però Chazelle riesce a coltivare la propria strada di piccolo grande autore, a lavorare sul proprio sguardo cinematografico dalla forte impronta umana, sempre attraverso storie molto diverse tra loro.

First Man – Il primo uomo traccia la propria orbita attorno al cuore dello spettatore, raccontandoci l’uomo dietro al mito di “Armstrong l’astronauta”. La luna e il cielo oltre il cielo come sede del cuore, dei sentimenti, di chi ci lasciato su questa terra, “decollando” e “atterrando” su un terreno sconosciuto, ignoto, dell’anima. L’allunaggio non solo come viaggio fisico, nello e tra lo Spazio, ma anche e principalmente spirituale. Se sulla luna finiva il senno di Orlando, stavolta ci finisce il cuore di Armstrong e del pubblico. Un folle volo omerico e un miracoloso atterraggio che, di ritorno, ha luogo sulla terra, attraverso un vetro, attraverso due dita che si “toccano”, quasi generando la scintilla di una nuova vita.

Insomma, nonostante la storia sia nota, il risultato è molto buono e First Man – Il primo uomo, oltre ad arrivare allo spettatore, permette a Chazelle d’imprimere un’impronta più personale al suo cinema. Della serie “un piccolo passo per il cinema, un grande balzo per Chazelle”.

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