Favolacce: i fratelli D’Innocenzo tra coraggio e sregolatezza

Recensione di Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, disponibile su Amazon Prime Video e Now Tv.

favolacce film“Quanto segue è ispirato ad una storia vera. La storia vera è una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”.

L’incipit, non solo pubblicitario, di Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo racchiude in sé i pregi e i difetti dell’opera seconda dei due fratellacci romani. Ovvero se da un lato c’è una regia ispirata, che non ha paura di farsi anche radicale, dolorosa, sfrontata, dall’altro ci sono le lacune di un procedere narrativo al quale non è stato dedicato il tempo che meritava, perdendosi in non-detti ed ellissi che non lasciano briciole per poter tornare indietro.

Certo, se pensiamo che i fratelli (gemelli!) D’Innocenzo hanno solo 31 anni e sono del tutto autodidatti, lo stile che hanno saputo costruire merita solo applausi. Giovanissimi, sono capaci di un cinema autoriale come raramente abbiamo visto nel cinema nostrano negli anni Duemila. In Favolacce, però, questa personalità di sguardo cinematografico non basta nell’architettare una vicenda capace di strutturarsi in modo altrettanto deciso e forte. Il film è una galleria di mostri senza tempo eppure attualissimi, cinici, spietati, che si pugnalano alle spalle, e che soprattutto non possono che generare dei figli che, nel cercare di non essere come chi li ha messi al mondo, sono inevitabilmente ancora più mostruosi, estremi, “acci” sotto ogni punto di vista.

Favolacce, disponibile su Amazon Prime Video e Now Tv, è un film sui temi, troppo importanti ma sempre più trascurati nella società moderna (italiana in particolare), della famiglia e dell’istruzione. Gli adulti sono creature perfide, capaci di pensieri e azioni fuori dalla grazia di Dio. L’affresco è quello che un’umanità che sfodera il peggio di sé, il suo lato più nero, marcio, slabbrato.

Favolacce ci trasmette questo malcontento e malessere tramite una regia davvero coraggiosa, che tocca il suo apice nella lunga sequenza, ripresa in campo lungo per non dire lunghissimo, del bambino che a tavola si sta strozzando col cibo. Sul lato narrativo, però, non giustifica i suoi eccessi e i buchi che emergono a livello diegetico sono la dimostrazione che i D’Innocenzo, per quanti bravi, hanno ancora da (r)affinare il tiro.

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