Intervista a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro. Prima parte

aquadroIn esclusiva per Onesto e Spietato, ecco un’intervista a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro, film del quale ha già parlato in questo post.

In questa prima parte parliamo di chi è Stefano Lodovichi, di come è nato il progetto Aquadro e cosa lo contraddistingue, di genitori assenti e voglia di fuga nell’Italia di oggi. Buona lettura!

Esordio al lungometraggio a nemmeno 30 anni, il bel corto Dueditre, la partecipazione a Il pranzo di Natale di Antonietta De Lillo. Insomma, Stefano Lodovichi outsider e enfant prodige che abbassa l’età media, e alza la qualità, del debutto nel cinema in Italia.
Non mi sento un enfant prodige, ma è vero che in Italia riuscire a esordire sotto i trenta è complicato. E lo è ancora di più se ti catapulti dalla provincia alla capitale con la speranza di farcela, senza conoscenze o scuole specialistiche del settore alle spalle. Però se questo è vero, è anche vero che in altri contesti internazionali l’esordio in media arriva abbondantemente prima dei trenta, e credo che per alzare la qualità media del nostro cinema dovremmo confrontarci non tanto con la nostra industria, con il “nostro orticello”, ma con quello senza confini del cinema in generale: puntare a un pubblico internazionale, a raccontare storie e tematiche senza confini geografici.

Come ti sei avviato al cinema?
Ho iniziato ad amare il cinema da piccolo, da spettatore (come tanti altri della mia generazione, in casa io e mio fratello guardavamo di tutto, dalla commedia all’italiana agli spaccatutto americani degli anni ’80). Poi ho iniziato a studiare critica all’Università di Siena e in contemporanea facevo esperienza sui set che passavano dalla toscana (Falaschi, Virzì, Winick, Colla…). Piano piano mettevo insieme l’esperienza dei vari reparti con quella di filmaker di corti, spot e video, e con gli anni (dopo dieci anni di esperienza), sono arrivato al mio primo film.

Aquadro racconta una storia d’amore tra adolescenti sullo sfondo di un mondo scolastico usuale e di una compagine genitoriale assente. Tanti cliché visti e rivisti nel cinema nostrano e non solo. Nonostante questo il tuo film sa smarcarsi. Hai mai avuto paura, o voglia, di “deviare” verso un film “consueto”? Cosa contraddistingue Aquadro?
Certo che ho avuto paura, ma un primo passo per superare i rischi è stato fatto in scrittura. Con Davide Orsini (lo sceneggiatore che ha scritto con me “Aquadro”) ho cercato di tamponare il più possibile questi problemi, e devo dire che la sua esperienza mi ha trasmesso sicurezza in una fase, quella di scrittura, che per me era nuova (era la prima sceneggiatura “lunga” per me). Io e Davide venivamo da due esperienze proficue in breve tempo (il doc breve “Figli di dio”, parte di “Pranzo di Natale”, andato al Festival di Roma, e il film-documentario “Pascoli a Barga”, mediometraggio di docu-fiction commissionato sul centenario della morte di Giovanni Pascoli), e probabilmente la fiducia reciproca maturata in quelle esperienze ci ha preparato a lavorare bene e rapidamente su “Aquadro”.
Una volta in fase di riprese, dopo avere chiuso il casting e la troupe, ho capito che la direzione da seguire era chiara, e credo che l’onesta con la quale ho cercato di raccontare questa storia abbia contraddistinto il film: prima, durante le riprese e dopo in fase di montaggio.

Alberto impara a cucinare da solo tramite video tutorial sul web, così come Amanda a indossare un assorbente interno. Internet si sostituisce a genitori latitanti, confinati nel tuo film in voci fuoricampo, come entità invisibili. La Rete è papà e mamma per le nuovi generazioni? Forse però anche un po’ “padre padrone” o “cattivo padre”…
L’educazione delle nuove generazioni passa sempre di più dal web e questo riguarda ogni aspetto della vita: cucinare, farsi la barba, conoscere il sesso o anche creare una bomba artigianale. Il web è un mare magnum nel quale può essere semplice perdersi se non si ha un’educazione critica di base che possa aiutarti a capire dove sia il limite tra giusto e sbagliato, tra utile e dannoso. In tutto questo i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale, vivono distanti dal quotidiano dei figli, in un fuori campo generato da loro stessi in una sempre più rapida evoluzione tecnologica. Giorno dopo giorno il gap s’ingrandisce e credo che situazioni come quella che raccontiamo in “Aquadro” saranno, non soltanto sempre più frequenti, ma vissute addirittura con minor pudore.

Amanda e Alberto fuggono, per amore, verso il confine. Ma giunti alla decisione se rimanere “fuori” o meno, battono in ritirata, seppur forti di farlo insieme. Incarnano il desiderio, che spesso non trova compimento, dei giovani d’oggi di fuggire dall’Italia e dalla famiglia?
La nostra generazione è quella della grande fuga. Non so se quella di Alberto e Amanda sarà come la nostra, ma è possibile che reagirà alle difficoltà della maturità, del periodo universitario e lavorativo, in modo differente. Probabilmente la generazione nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta ha vissuto in modo anarchico, reazionario, il bisogno di libertà identitaria e culturale, e forse la nostra rabbia non verrà capita dalla generazione di Alberto e Amanda. Per loro probabilmente andare via non sarà così drammatico, ma sarà parte di una formazione più liquida, senza troppi confini e senza troppi impegni.

Tra un paio di giorni la seconda interessantissima parte dell’intervista… to be continued! 😀

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.