Dune di Denis Villeneuve: bello senz’anima

Recensione di Dune di Denis Villeneuve.

dune di denis villeneuveDune di Denis Villeneuve è una creatura multiforme, affascinante come una chimera, imperscrutabile come una sfinge. È un prodotto commerciale che vuole (s)fuggire (d)ai canoni del blockbuster pur mostrando i muscoli e i denti di una produzione imponente, maestosa, che lascia senza fiato. A livello narrativo, però, come nella definizione psicologica dei personaggi, non è mai a fuoco e finisce per affondare come nelle sabbie mobili di Arrakis.

Dune lascia disorientati, storditi, quasi catatonici di fronte a questa ambivalenza tra visivo e narrativo, a questa (mancata) convivenza degli opposti. I dettagli della trama, come i nomi dei personaggi, sono davvero molti e Villeneuve non ci dà il tempo di digerirli, buttandoci subito in pasto ad una grandiosità estetica senza pari nel cinema degli ultimi vent’anni e nell’intera storia del cinema. È un film ipercalorico sotto ogni punto di vista, e per questo ci rimane indigesto.

Allo stesso tempo, però, ha la volontà e il desiderio, almeno in potenza, di mettere le basi per una nuova saga (non a caso il film si apre col titolo “Dune. Vol. 1”). Vuole essere un po’ il nuovo Star Wars. A differenza della saga di George Lucas, però, non si concede il tempo di seminare con calma e, come in una folle corsa contro il tempo, mette subito in scena idee e dinamiche da action che finiscono per smarrirsi e involversi troppo presto. Ecco allora che il grande si fa piccolo, che l’elefante partorisce un topolino, che il ruggito si trasforma in un sussurro.

Certo, era tutt’altro che facile approcciarsi alle settecento pagine del romanzo sci-fi di Frank Herbert. E da questo punto di vista Villeneuve ne esce comunque a testa alta, discostandosi moltissimo dal celebre (e anche il quel caso non del tutto riuscito) film di David Lynch del 1984.

Dune di David Lynch arrivava ante tempore, troppo in anticipo sui tempi, tanto che i mezzi usati, ossia quelli di un film degli anni Ottanta, ne decretarono un’evidente incompiutezza e una certa artigianalità (anche se la resa visiva e scenografica è ancora oggi molto suggestiva). Le due ore e un quarto del film comprimevano all’inverosimile la sovrabbondanza di fatti narrati nel libro, anche se il procedere narrativo, soprattutto nella prima parte, avanzava compatto e coinvolgente. Anche lì, però, i personaggi non avevano caratura psicologica e rimanevano forme goliardiche belle fuori ma (s)vuot(at)e dentro.

Il Dune di Villeneuve ha dalla sua il pregio di aver capito che alle pagine di Herbert servono almeno due film, due capitoloni della storia, ma dimentica quasi subito che per reggere cotanto compito serve uno scheletro narrativo solido, atletico, ponderato. Questo manca, e a ben poco servono i tanti divi messi in campo (tutti all’altezza, in primis Timothée Chalamet che è il volto giusto per il giovane Paul Atreides).

Ecco quindi che il vero scoglio, forse, sta proprio nell’impresa titanica di trasporre per il grande schermo un libro così complesso, un’impresa per la quale, consapevoli di poter fallire quasi sicuramente, serve molto coraggio e molta incoscienza. Villeneuve ha audacia da vendere, ma il risultato è un bello senz’anima, dove i personaggi sono privi dello spessore psicologico che meritano, riducendosi a sagome da dramma shakespeariano su sfondo fantascientifico.

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