C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino: recensione

Recensione di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino.

C’era una volta a... Hollywood C’era una volta… Tarantino. Diranno subito in molti, nostalgici del Quentin scoppiettante di qualche anno fa. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un Tarantino. Quello di C’era una volta a… Hollywood, infatti, è un altro Tarantino. O forse, anzi o meglio, un’altra faccia dello stesso Tarantino, quello che ci ha fatto innamorare del suo cinema pulp, cinefilo, citazionista, squinternato e bizzarro.

C’era una volta a… Hollywood vive tutto intorno a quel “c’era una volta”, che segna la distanza tra realtà e immaginazione, Realtà e Cinema, che mai si sono confrontati così a stretto contatto se non in Bastardi senza gloria. Se in quel caso il cortocircuito avveniva tra Storia e Cinema, con un Tarantino che riscriveva, tramite e nel cinema, le sorti di Hitler, in C’era una volta a… Hollywood riscrive il destino del mattatoio che vide tristemente protagonista Sharon Tate, oltre a gettare un lungo, sentito e intimamente commosso omaggio al grande cinema, americano e non solo (in primis allo spaghetti western che il regista statunitense non ha mai smesso di idolatrare).

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C’era una volta a… Hollywood all’apparenza, o almeno per lunga parte della sua durata, pare un film minore, poco ispirato, a tratti anche impersonale nella filmografia del regista de Le iene. Un film seduto, appiattito, col fiato un po’ corto ma tirato per le lunghe. La macchina da presa non è atletica e acrobatica come nei film precedenti, né il montaggio le viene in aiuto. La colonna sonora, però, quella sì, è pienamente tarantiniana, anzi forse è una delle più belle e composite dal Duemila a oggi. Ma come dicevo, è tutta un’impressione, tutta un’apparenza. Perché Tarantino non è ancora un bollito. E ce lo dimostra con un finale in cui “pare” ritrovare se stesso. In realtà, come ho già detto, non si è mai perso. Ma in C’era una volta a… Hollywood lancia un grosso guanto di sfida al suo cinema, allo spettatore e in primis a se stesso. Il finale è godurioso al limite del granguignolesco, sornione e seducente, di un’iper-reale che si fa ir-reale. Dopo averci mostrato il suo animo più realistico (a questi livelli d’integralismo narrativo ci è arrivato solo Jackie Brown), Tarantino libera i propri “freni inibitori” e a briglia sciolta dà sfogo al Cinema in tutta la sua componente più divertita, smodata e immaginifica, alterando e vendicando la realtà dei fatti intorno a quel tragico 8 agosto 1969 in cui Sharon Tate fu massacrata. Nel cinema di Tarantino, ancora una volta il Cinema vince sulla Realtà. E questo è semplicemente meraviglioso, poiché il Cinema veste e sposa il massimo della sua missione, ovvero rendere reale ciò che non è mai avvenuto. Quella realtà che scorre lenta e senza colpi di scena, con tutti i suoi tempi morti, come dimostrano le prime due ore di film.

Tarantino riesce quindi nel far convivere e combaciare gli opposti, mettendo alla prova la resistenza dello spettatore per poi gratificarlo con un finale (che a molti sembrerà stonato!) che ripaga ampiamente le sensazioni di scontento innegabilmente provate durante la visione.

C’era una volta a… Hollywood è quindi, proprio come lo era Bastardi senza gloria, una favola nera con un happy ending magico, quasi onirico, come il frutto di un sonno dal quale non vorremmo svegliarci. Una fiaba senza tempo come anche denuncia il carattere usato per l’epifania del titolo nella sequenza finale. Un “font” da film Disney, da film d’altri tempi, che fa calare sullo schermo e su di noi una palpabile polvere di stelle. Ma C’era una volta a… Hollywood è anche, o forse in primis, un maturo atto d’amore verso il cinema della grande Hollywood, quella dei tempi d’oro, e verso quel western all’italiana che Tarantino ama alla follia. Mostrare più che raccontare è il suo interesse nei lunghi “capitoli” dedicati al “dietro le quinte” del fare cinema, tra battute dimenticate, roulotte sgangherate, tanto pulviscolo in controluce. Ma c’è anche la prospettiva del pubblico, di chi paga il biglietto e si siede in sala per fare un salto nella fiction. Da questo punto di vista, molto bello è il montaggio alternato tra Sharon Tate al cinema a vedere il suo film e Cliff Booth nello scalcagnato ranch della Manson Family.

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Infine, che dire degli attori. Spicca su tutti, forse un po’ anche a sorpresa, un Brad Pitt che se la gode e si gongola in uno dei personaggi più riusciti della sua carriera. Superati i 55 anni, Pitt dimostra la vitalità di un trentenne, e non solo per una forma fisica da far invidia a quella sfoggiata in Thelma e Louise. Ma anche per una capacità di prendersi in giro e giocare con lo sguardo al pari di quella in Bastardi senza gloria. Al suo fianco Leonardo DiCaprio conferma di essere un signor attore, abile nel veicolare tutte le sue emozioni tramite occhi e volto, come fosse appena uscito dall’Actor Studio. E poi un applauso fragoroso va a Margot Robbie e alla sua Sharon Tate. O meglio, il merito va in primo luogo a Tarantino che ha ben saputo gestire il sovrabbondante talento della “bella e dannata” attrice di Tonya, incanalandolo sulla strada di una grazia e una leggiadria che sono uno dei riconoscimenti più belli che si potevano fare all’interprete di Per favore, non mordermi sul collo!.

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