Babenco – Tell me when I die di Barbara Paz: recensione

Recensione di Babenco – Tell me when I die di Barbara Paz.

hector babencoScritta da Vanessa Forte.

Miglior documentario sul cinema tra quelli presentati nella sezione Venezia Classici di Venezia 76, Babenco – Tell me when I die documenta la vita e i pensieri del geniale e controverso Hector Babenco, uno dei registi più importanti del cinema sudamericano, che nella vita ha fatto di tutto: il venditore di tombe, la comparsa negli spaghetti western, il fotografo, fino a diventare regista nominato all’Oscar per lo straordinario Il bacio della donna ragno, film sul potere manipolatore del cinema.

A dirigere Babenco – Tell me when I die è la talentuosa attrice e regista brasiliana Barbara Paz, che  ha deciso di dar corpo alle ultime volontà del suo mentore e marito realizzando un film che lo vede, per la prima e ultima volta, come assoluto protagonista.

Attraverso immagini in diverse gradazioni di bianco e nero, come se la malattia o la morte vicina sbiadissero via via i colori della vita, la regista, al suo esordio dietro la macchina da presa, con un amore e una forza chiaramente percepibili, protegge Babenco mentre mette a nudo la sua anima, rivelando tutte le paure, le ansie e, al contempo, i numerosi ricordi, le radici recise, la guerra, le fantasie su un’eventuale vita dopo la morte. Ma anche, e soprattutto, le sue riflessioni sul cinema, ovvero il cibo di cui si è nutrito fino alla fine.

Babenco – Tell me when I die è un film monumento, un’ode e un addio realizzato proprio mentre il cineasta brasiliano stava girando la storia della sua malattia in My Hindu Friend, mostrando il deperimento psico-fisico di un uomo consumato dal cancro e l’ansia per il tempo che fugge.

Recensioni film Venezia 76

Babenco era un “sopravvissuto”, con una fiducia smisurata verso la propria capacità di resistere, di continuare a vivere e fare cinema a oltranza. Per questo, inquadrava solo ciò che gli interessava, focalizzandosi sull’emozione che poi avrebbe generato un film. Egli sapeva cosa volesse dire essere un recluso e sapeva come difendersi mentalmente dalla malattia che lo tormentava da trent’anni. Si rifugiava nell’acqua, nella lettura e nei ricordi che erano diventati belli solo col trascorrere del tempo, cantando I’m in heaven mentre prende pillole su pillole, consapevole del fatto che “si muore solo quando non se ne può più” di convivere con qualcosa che ti cambia radicalmente.

Attraverso sentimenti resi come un mosaico di immagini (la casa che crolla quando gli dicono che gli restano pochi mesi di vita, la fuga attraverso le scale infuocate, i pensieri che si perdono come foto che fluttuano nell’acqua), Barbara Paz registra il dolore del suo compagno, ma non il proprio. Rimane nell’ombra, in un fuggevoli occhiali sfuocati, in una mano accarezzata, in un letto ormai vuoto. Esce allo scoperto solo nell’immagine più commovente del film, dove balla, sorridente e praticamente nuda, sulle note di Singing in the rain. È un simbolo di vita sotto gli occhi innamorati e morenti di Babenco, ma anche sotto una scrosciante pioggia fatta forse delle sue stesse lacrime.

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