A testa in giù: le voci di dentro di Zeller e Solfrizzi

Recensione di A testa in giù, spettacolo con Emilio Solfrizzi e Paola Minaccioni.

A testa in giù spettacolo solfrizziIl titolo della pièce già porta in sé tutto quel senso di ribaltamento messo in scena dal bel quartetto formato da Emilio Solfrizzi, Paola Minaccioni, Bruno Armando e Viviana Altieri. Ribaltamento delle certezze di una vita insieme, di un’amicizia che pareva inossidabile, su chi in casa porta i pantaloni e chi la gonna, ma soprattutto del rapporto tra ciò che diciamo e ciò che pensiamo, dove inaspettatamente i pensieri sono più delle parole.

A testa in giù, con la regia lieve e quasi impercettibile di Gioele Dix, è l’ennesimo grande testo di uno dei più giovani e promettenti drammaturghi francesi: Florian Zeller, classe 1979, cha già abbiamo conosciuto sui palcoscenici italiani con Il padre con Alessandro Haber e Un’ora di tranquillità con Massimo Ghini. Toni leggeri per temi solo all’apparenza leggeri, dove il teatro si fa specchio per lo spettatore, che allo stesso tempo si diverte e si guarda un po’ dentro.

A testa in giù (in originale L’envers di décor, ossia “dietro le quinte”) riesce nell’impresa non facile di rispettare e riproporre appieno il mood delle più tipiche “commedie da camera” francesi. Non italianizza il testo, lasciando ai personaggi nomi francesi e riferimenti a località transalpine, ma soprattutto non ne smarrisce quell’atmosfera tirata e leggiadra, accentuata e allo stesso tempo confidenziale, che è tipica, da sempre, di moltissime comédies. Insomma, non “sbeffeggia” l’originale francese, ma ne onora i pregi e le fattezze più intime.

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A testa in giù è un grande gioco d’attori che cresce attorno alla vera peculiarità del testo di Zeller, ben tradotto da Giulia Serafini: il doppio linguaggio, ossia la serrata e palpitante convivenza tra parole e pensieri, entrambi esternati a voce alta. Addirittura il non detto, o meglio il pensato, è maggiore del detto. I soliloqui sono di più e più lunghi dei dialoghi, come a volerci mostrare quell’universo parallelo che corrisponde a quelle vocine mentali che spesso fanno più rumore di ciò che esce dalla nostra bocca. Ne consegue che la comicità scaturisce da quello che Pirandello chiamava il sentimento del contrario. Tutto ciò porta lo spettatore in una condizione di divertimento e superiorità rispetto ai personaggi in scena, fino quasi a farlo sentire spetta-narratore onnisciente. Il “gioco teatrale” funziona spedito grazie ai quattro bravi attori in scena: domina su tutti (è lui l’assoluto protagonista) Emilio Solfrizzi, che dopo le ultime prove “in costume” ne Il borghese gentiluomo di Molière diretto da Armando Pugliese e Sarto per signora di Feydeau diretto da Valerio Binasco, stavolta dà veramente il meglio di sé. Certo, le smorfie sono sempre quelle, sono il suo inimitabile repertorio, ma acquistano spessore in vesti contemporanee. Al suo fianco la valente Paola Minaccioni, in un ruolo tutt’altro che facile, meno smodato di come siamo abituati a vederla in tv o al cinema, imbrigliato e inquadrato nell’essere più spalla che coprotagonista dello spettacolo. Bruno Armando, col suo fare elegante e vitale, non ruba mai la scena agli altri, a favore di un gioco di squadra che giova a tutti. Stupisce Viviana Altieri, classe 1986, che, pur nel ruolo più teatrale e teatralizzato della pièce, dà prova di grande self control, riuscendo a mischiare nelle giuste dosi sensualità, naturalezza e carisma.

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