007 – No time to die: hanno ammazzato Bond, Bond è vivo

Recensione di 007 – No time to die.

007 - No time to die“(Non) È tempo di morire”.
La morte è da sempre presenza costante nella saga di James Bond. Una morte da scongiurare facendo ricorso alla licenza di uccidere o vivendo solo due volte, una morte che può attendere o legata ad un domani che non muore mai. La morte che è spectre di un futuro che non perde mai di vista il presente ma soprattutto il passato. Ecco lui sì, il passato, non muore mai. Eppure, in 25 film delle serie più longeva della storia del cinema, la morte non era mai stata così ingombrante, lapidaria, inevitabile come in 007 – No time to die, quinto e ultimo episodio interpretato da Daniel Craig.

No time to die è il più ironico e anche il più action dei film interpretati da Daniel Craig, che qui sfodera una simpatia sottile e sfacciata allo stesso tempo, carta vincente già mostrata in Cena con delitto. Ed è anche il film più lungo dell’intera saga con i suoi 163 minuti. No time to die, quindi, è un film che (si) spinge al limite, al massimo, all’estremo (cos’altro non è la morte se non l’estremo degli estremi?). Eppure non perde un colpo per tutta la sua lunga durata, sempre teso, sempre palpitante, cosciente di come rimanere impresso nello spettatore. E lo fa con un finale sconvolgente, che riavvolge totalmente il nastro, che pone il tempo (il time che nel titolo non a caso è accanto a die) come punto di arrivo, rottura e nuovo inizio. “We have all the time in the world” canta Louis Armstrong in una delle prime sequenze del film e, in modo circolare, anche nell’ultima. Ma Bond no, Bond non ha più tempo, e la fine passa attraverso qualcosa di invisibile, un’entità che scorre nel sangue, che attacca il Dna, che non lascia scampo. Impressionante, da questo punto di vista, come No time to die abbia “precorso” il tempo del Covid, con virus che uccidono e che non vediamo ad occhio nudo.

Se 007 – Skyfall di Sam Mendes aveva già operato un reset molto importante, No time to die è ancora più radicale e ci interroga sulle sorti future dell’agente segreto più amato del cinema. “C’era una volta…” pronuncia in una delle ultime battute Léa Seydoux iniziando a raccontare alla figlioletta del suo papà. È quindi tempo di morire ma anche di rinascere, di raccontare, di ricordare, di alterare la realtà dei fatti con la fantasia, l’immaginazione, l’invenzione. James Bond muore, almeno a prima vista, ma in realtà risorge come un’araba fenice e il suo nome è destinato a vivere più di una volta, anzi forse due.

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