The Meyerowitz Stories: il (dis)lessico famigliare di Noah Baumbach

meyerowitz“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Così comincia uno dei più celebri romanzi di Lev Tolstoj, Anna Karenina. Ecco, anche i Meyerowitz sono confusi e infelici a modo loro. Anzi, ciascun membro della famiglia “alla(r)gata” lo è a modo suo.

The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach, presentato all’ultimo Festival di Cannes e disponibile su Netflix, conferma lo sguardo affettuoso e indipendente del quasi cinquantenne regista newyorkese, che film dopo film porta stoicamente avanti la sua indagine social-spirituale di individui e famiglie, giovani vecchi e vecchi giovani, famiglie implose e famiglie sempre ad un passo dalla mina, generazioni perdute e adulti alla ricerca di sé fuori tempo massimo. Da un certo punto di vista, Noah Baumbach è il regista dei falliti, di chi ha perso ripetutamente il treno della vita desiderata, di chi, bloccato e smarrito nel presente, non sa che guardare al passato.

The Meyerowitz Stories non è nulla di nuovo né nella filmografia di Baumbach né nel “genere familiare” cinematograficamente parlando. Nonostante questo, colpisce e appassiona con e per la sua semplicità, con quel suo procedere a capitoli che s’interrompono (sul più bello) come pagine strappate da un libro di Carver. Il titolo parla chiaro, già dice tutto: siamo di fronte alle storie dei Meyerowitz, non alla storia dei Meyerowitz. Non c’è unicità né unanimità del punto di vista. Ciascuno ha la propria storia, quella che ha vissuto, quella che ricorda, quella che si porta dentro per sempre e racconta come un disco rotto. E a qualcuno, anzi forse a tutti, qualcosa dentro col tempo si è rotto, nel cuore o giù di lì. Ciascuno ha la propria versione dei “fatti famigliari”: il padre padrone e liberale, il figlio di successo e quello che non ha compicciato mai nulla, la figlia dimenticata come un vecchio soprammobile, le mogli alternatesi come paia di scarpe per uscire la sera.

Ambientato nella città natale del regista, New York, ripresa con amore e purezza di qua e di là da vetri e lati della strada, The Meyerowitz Stories è una commedia sulla famiglia che diverte pur con la giusta punta di amarezza sulla lingua (biforcuta) di ogni personaggio. Sebbene ciascuno sia chiamato a far suonare la propria campana, il risultato è un film corale pressoché perfetto. Tutto ruota intorno al vecchio Harold, un barbuto ma non saggio Dustin Hoffman, artista sottovalutato che tra una scultura e l’altra ha confuso i ricordi, disperso l’affetto per i figli, andato in incosciente standby per anni. Ma i veri protagonisti, come palesano i titoli dei capitoletti che sezionano e strutturano il film, sono i figli, in particolare Danny e Matthew, interpretati magistralmente da Adam Sandler e Ben Stiller. Non più giovinotti, ma con la bellezza delle prime rughe da attori navigati, per entrambi, da bravi e rinomati attori comici, è l’occasione per tirare fuori il lato serio, per non dire drammatico. E probabilmente, per entrambi, sono le migliori performance delle loro rispettive e rispettose carriere.

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