The Disaster Artist: il capolavoro di James Franco

the disaster artist posterCome possiamo definire The Disaster Artist di James Franco? Un biopic, un’opera con un piede nel meta-cinema, una nuova (s)comedy con scorci demenziali, una tragi-commedia lontanamente shakespeariana? È tutto questo, sì, ma è principalmente la summa perfetta del cinema diretto e interpretato fino ad oggi da James Franco. Forse la star più eclettica e indecifrabile degli anni Duemila, sempre in equilibrio (in)stabile tra la ricerca di un guizzo consacrante la sua unicità e un selfie nell’anticamera del bathroom di casa.

The Disaster Artist porta nel titolo l’esatto contrario di quello che sono il film e il suo autore, perché è di questo che adesso possiamo finalmente e definitivamente parlare: autorialità. James Franco trova la propria strada e il proprio alter ego in Tommy Wiseau, una di quelle personalità che sembrano cadute improvvisamente sulla Terra, un marziano (auto)catapultato(si) nel mondo sconosciuto e luccicante di Hollywood. Di Tommy Wiseau, nella realtà, a tutt’oggi, come in un film scritto male, non sappiamo né dove e quando sia nato né da dove abbia grattato fuori tutti quei milioni spesi per fare il suo film, una “cagata pazzesca” che è diventato un cult senza tempo. The Room, infatti, è ancora oggi (inspiegabilmente) tra i film più visti sul web e nelle sale di tutto il mondo. Senza capo né coda, è passato all’immortalità cinematografica come il film più brutto della storia del cinema, anzi “il più grande film brutto mai realizzato”. Un onore non da poco, e non per tutti.

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The Disaster Artist è il perfetto anello di congiunzione tra la non-autorialità spinta e un po’ posticcia e pasticciata degli ultimi film diretti da Franco, ovvero Child of God (2013), The Sound and the Fury (2014), In Dubious Battle (2016) e la demenzialità spassosa e volgarona condiviso con gli amiconi Seth Rogen e Evan Goldberg in Facciamola finita (2013), The Interview (2014), Sballati per le feste! (2015). È l’esatta commistione degli opposti, che non solo si attraggono, ma riescono pure a mischiarsi fino ad andare “mostruosamente” d’accordo. Insomma, The Disaster Artist sa conciliare le anime molteplici e multiformi di un uomo e del cinema. Inoltre, tra una grassa risata e l’altra, sa anche farci pensare. Negli ingranaggi della comicità, infatti, Franco inserisce temi importanti, come la necessità dei sogni a occhi aperti per (soprav)vivere in questa (dannata) società e il bisogno umanissimo di urlare (ma anche nascondere quando serve) il bisogno d’amore, affetto, comprensione, coraggio che ciascuno di noi si porta dietro e dentro come un macigno.

Tommy Wiseau è un adorabile fallito, e ai falliti puoi prendere a sassate tutto tranne che i sogni, quelli rimangono lì, a mezz’aria, in attesa d’essere colti o fucilati. Tommy ne coglie uno, il più grande, la sua mela del peccato, e tira fuori il suo “figlio” più desiderato, così brutto da aver straordinariamente entusiasmato (e un po’ commosso) il mondo interno. Mentre James Franco, con apparente disinvoltura, ossia quella dei cazzari che non sono (mai) tali, ha tirato fuori il suo capolavoro.

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