Silence di Martin Scorsese: il silenzio degli innocenti (noi!)

silenceCi tengo a dire subito che sono consapevole di quanto questo mio pezzo suonerà impopolare, perché il mio giudizio su Silence è impopolare. Acclamato da un esercito di critici come un capolavoro, ho letto su Facebook di persone e amici che hanno continuato a pensare al film anche svariati giorni dopo la visione. Ecco a me non è successo, o meglio mi è successo per il versante opposto: una certa delusione latente e diffusa che mi ha lasciato. No, non credo che Silence sia un capolavoro, e mi viene la labirintite a pensare che stiamo parlando dello stesso regista di Gangs of New York, film di una potenza così sconfinata che nei primi trenta minuti valeva mezza storia del cinema.

Ma torniamo a Silence. Ecco, il silenzio, e il vuoto, è ciò che mi è rimasto dentro. Non un senso di sconcerto né fischi nelle orecchie mi hanno riaccompagnato a casa dopo la visione. A me Silence ha lasciato ben poco. Mea culpa?

Sia chiaro: Silence è un bel film. Ci mancherebbe altro. Ma non mi è arrivato.
Ci sono un paio di perni tematici molto forti e accattivanti. Il primo è appunto quel silenzio con cui Dio risponde alla preghiera dell’uomo. Chi c’è di là dalla nostra voce? C’è davvero qualcuno? Siamo sicuri che quello che crediamo un dialogo in realtà non sia altro che un monologo al vento? Il secondo, forse ancora più vivido del primo, è un altro interrogativo: siamo sicuri che i cristiani che s’immolano muoiano per Dio e non per i suoi sacerdoti? Muoiono per un uomo o per quell’homo Figlio di Dio? Domande che tintinnano in noi, queste sì, e che di natura sono destinate a rimanere senza risposta.

Silence, però, al di là degli interrogativi sulla Fede che lo solcano e attraversano, va trattato per quello che è: un film. E qui sta il suo Peccato. Parliamo della regia e delle prove attoriali: c’è ben poco da stracciarsi la veste (come accadeva nel sinedrio duemila anni fa). La regia di Scorsese è irriconoscibile. Certo sì, compatta, solida, omogenea, ma allo stesso tempo piatta, priva di qualsivoglia guizzo che ci faccia sussultare il cuore e pensare “Questo sì che è Scorsese!”. Una regia compita, misuratissima, casta, come una confessione in cui si ha paura di dire troppo per non scandalizzare il confessore. In merito alle interpretazioni, lasciamo perdere quella di Liam Neeson, assolutamente stonata e assai poco sincera sin dalla prima sequenza. Andrew Garfield e Adam Driver, invece, danno tutta l’impressione di non essere i due attori giusti per la parte. Ce la mettono tutta, soprattutto Garfield, tanto che alla lunga quasi ci appare convincente, ma non riescono a pizzicare le corde giuste per far alzare qualche nota (non dico qualche applauso!) dal silenzio tombale della sala.

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Silence di Martin Scorsese: il silenzio degli innocenti (noi!) ultima modifica: 2017-01-24T15:31:23+00:00 da Tommaso Tronconi


4 commenti su “Silence di Martin Scorsese: il silenzio degli innocenti (noi!)

  1. 24 gennaio 2017 at 17:19

    Assolutamente d’accordo.
    Liam Neeson terrificante, mentre i giovani americani & hipster Garfield & Driver come preti gesuiti portoghesi non sono per niente credibili.
    In tanti a gridare il capolavoro, ma dove?
    E lo dice uno che con l’ultimo di Scorsese, The Wolf of Wall Street, lì sì che aveva gridato al capolavoro. 🙂

    1. 24 gennaio 2017 at 18:38

      Hai ragione. Difatti ciò che più mi ha stupito è stato: ma dove è finito l’estro creativo di Scorsese? Non pervenuto.

  2. 7 febbraio 2017 at 23:31

    Io avrei preferito se Garfield e Driver si fossero scambiati di ruolo. Sarebbe stato molto più convincente Driver nei panni di Padre Rodrigues piuttosto che quel bel faccino pulito di Garfield.

    1. 8 febbraio 2017 at 10:54

      Sì poteva essere un’idea, ma non so se il risultato complessivo del film sarebbe cambiato.

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