Medea di Ronconi, Branciaroli en travesti funziona ancora

Come ci ricorda in questo video Franco Branciaroli, a Luca Ronconi, nell’approcciarsi alla tragedia greca, diversamente da molto teatro sia di ieri che di oggi, premeva mostrare quanto questa fosse lontana e non vicina a noi.


A vent’anni di distanza dalla prima messinscena (era il dicembre 1996), la Medea di Euripide diretta da Ronconi torna sui palcoscenici italiani in omaggio e ricordo del grande maestro a due anni dalla sua scomparsa (era il 21 febbraio 2015). A riprenderla e riallestirla filologicamente è Daniele Salvo, che nei panni della diabolica protagonista conferma colui che già nel ’96 indossò quegli abiti: Franco Branciaroli. E ancora oggi la Medea di Ronconi è prorompente, sconcertante, di una bruciante e terribile bellezza mista a terrore. Dal lontano 1996 al vicino 2017 continua a lasciare lo spettatore a distanza e allo stesso tempo letteralmente immerso nella sanguinosa e immonda tragedia a cui assiste.

All’apertura del sipario, sul palco c’è già tutto: tre o quattro sedie, un tavolo, delle vecchie poltroncine da cinema, cassoni uno sull’altro come un trono composito, un letto nero come la notte, schermi su cui proiettare dei video (da quello stomachevole di un’operazione chirurgica – simbolo del dolore e della vendetta che divorano gli organi interni – a quello di aria, acqua, terra e fuoco tenuti in pugno da Zeus). Lateralmente un’enorme scalinata di legno, come quelle di un retro palazzo/scena da salire e scendere a perdifiato. Giù come in un inferno, in una cantina/prigione lontano dal mondo, nelle viscere della terra, su come verso il cielo, le alte sfere di chi comanda, il palazzo reale di Creonte. In questo spazio si muovono tutti, la temibile Medea, lo spavaldo ma spacciato Giasone, un coro di cenerentole cantanti e ignare dei piani della “strega” della Colchide, gli uomini del re vestiti come rispettabili gangster.


Medea non è un’eroina, ma un mostro, una bestia. E la lontananza si manifesta in primis nella “sempre giovane” scelta di Ronconi di vestire un uomo, Branciaroli, da donna, la quale per di più tende al (non) divino. L’en travesti che oggi come ieri suscita orrore e non riso, è maschera (proprio come quella che chiude lo spettacolo), metafora e mezzo di una femminilità posticcia (“appiccicata” appunto addosso a Branciaroli) atta a commettere il delitto più raccapricciante (l’uccisione dei figli). “Medea dallo sguardo di toro” la definisce Euripide. È una creatura ibrida. Come il Minotauro, capace di azioni non umane. Branciaroli la interpreta magnificamente, è un donnone che riempie la scena e che gioca con la voce. Guaisce e abbaia, articola parole come carezze e pugnali, sussurrate e soffocate, gridate e sanguinanti, come posseduto da un demone più che da una matrice divina. Un diavolo in sottoveste corvina e tacchi neri, parruccone scomposto e trucco marcato sugli occhi che disegnano quanto di più lontano possa essere ricollegabile ad una donna.

Medea di Ronconi è un vortice di suggestioni visive e vocali che tengono inchiodato il pubblico come di fronte ad un’apparizione o ad un’esecuzione capitale, un cuore pulsante di sensazioni ancora vive e vivide, di una mise en scène che pare non essere invecchiata d’un giorno, ancora pietra miliare e dello scandalo, spettacolo evento e spavento del teatro italiano che sfugge al tempo e all’oblio.

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