La guerra dei Roses, Ambra Angiolini (si) diverte e spacca tutto

la guerra dei roses ambra angiolini matteo cremonPrima un romanzo, poi un film, poi una pièce teatrale. Warren Adler scrive La guerra dei Roses nel 1981 per la carta stampata, poi otto anni dopo l’adatta per il cinema, e poi, non contento, anche per il teatro, intravedendo nel palcoscenico il vero terreno d’elezione, anzi il vero campo di battaglia dove far deflagrare l’odi et amo ribaltato tra i coniugi Rose.

La guerra dei Roses diretta da Filippo Dini, con Ambra Angiolini e Matteo Cremon, apre con entusiasmo e poltroncine gremite la stagione 17/18 del Teatro Verdi di Firenze. Un bel taglio del nastro, allegro e sorridente, anche se sul palcoscenico, come è noto dalla celebre trama, va in scena lo scatafascio dell’amore.

Filippo Dini raccoglie la sfida di uno spettacolo impegnativo, che nella mente dello spettatore non può non scontrarsi col film del 1989 diretto da Danny DeVito e interpretato dagli indiavolati Michael Douglas e Kathleen Turner. Allo stesso modo, Ambra Angiolini e Matteo Cremon raccolgono un testimone pesante, ma riescono a renderlo lieve arrivando dritti al pubblico con diabolica simpatia e scanzonato cinismo.

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Meno nera e assai più rosa della comedy diretta per il cinema da De Vito, La guerra dei Roses con Ambra Angiolini è più una guerra di rose, che, pur non prive di spine, mai in realtà si (di)mostrano appuntite a dovere. Una versione “all’italiana”, dove la risata domina sulla ferita morale, anche quando riesce nello spaccare in due il pubblico nostrano (di natura sanguigno e permaloso) con battute femministe che danno qualche brivido agli uomini e stoccate maschiliste che suscitano prurito alle mani delle donne.
Insomma, la battaglia dei sessi è servita (con contorno di paté di fegato), e questo sin dall’inizio, con i due protagonisti che si ritrovano, affaticati e stropicciati, a lamentarsi con Dio come smaniosi e redivivi Adamo ed Eva, mentre i loro rispettivi avvocati, uomo e donna anch’essi, sembrano voler rispecchiare i due diavoletti (o angeli custodi, de gustibus) il cui fine è confondere loro le idee fino al triste, sadico e spettacolare epilogo.

Una Guerra dei Roses nel complesso assolutamente piacevole, che mischia più registri e accenna suggestioni da mystery per andare incontro ad un pubblico vasto e variegato. Filippo Dini non se la sente di forzare la mano (e va comunque bene così!), di stringere di più la corda dell’onirico e del surreale (come darebbe a intuire l’espressionista scenografia della magione dei Rose), anche se nei momenti in cui gonfia il petto di coraggio (si vedano le porte impazzite o il rosseggiante finale) palesa che avrebbe avuto tutte le carte in regola per lasciare un segno registico più marcato.

Ambra Angiolini convince, diverte e si diverte (si vede, il teatro pare piacerle!), e duetta e duella alla pari con Matteo Cremon, piccola grande sorpresa in più di un passaggio. Strappa rumorosi applausi l’irresistibile e trasformista Massimo Cagnina, mattatore della scena nei panni di Goldstein, mentre risulta poco saporita e incerta Emanuela Guaiana nei panni di un personaggio (l’avvocatessa Thurmont) che non supera l’arcoscenico. Da un lato ben modernizzata e ispiratamente istrionica, dall’altro leggermente tirata via in alcuni dettagli, la traduzione di Antonia Brancati ed Enrico Luttmann.

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