La Cura di Gherardo Vitali Rosati: recensione

la cura gherardo vitali rosatiPrevenire è meglio che curare. Ma ci sono cose che non si possono prevenire né prevedere, ma solo curare. O almeno provarci. Come un tumore al cervello. E come le relazioni inter-personali, familiari, quelle affinità elettive che non scegliamo. Proprio come non scegliamo di “ospitare” in noi un male spesso incurabile. Su questo doppio binario si muove La Cura, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Gherardo Vitali Rosati, che ha debuttato in prima assoluta alla Festa del Teatro di San Miniato 2017.

Gherardo Vitali Rosati s’ispira ad un fatto realmente accaduto, provato sulla pelle dalla sua famiglia: il meningioma che ha colpito sua madre. Ma astrae, esce dalla realtà ed entra nel teatro, esce dalla malattia ed entra nella “finzione”. Il testo funziona, è intenso, stratificato, e arriva allo spettatore proprio perché si sente quanto il giovane regista e drammaturgo abbia sperimentato tutto ciò in prima persona (o quasi).

La Cura è un teatro di testo più che di regia, con la corposità delle pagine di un romanzo. Frutto di una piccola produzione che sa fare di necessità virtù, sulla scena quasi nulla: quattro sedie e due aste del microfono, sullo sfondo le suggestive illustrazioni in bianco e nero di Federica Rugnone, “appese” come radiografie in uno studio medico. Ogni personaggio ha un oggetto: Chiara (Dalila Reas) uno zainetto pieno di sogni e di cultura, Mathieu (Luca Tanganelli) un giacchetto di jeans randagio come il suo carattere, Marco (Alberto Giusta) una giacca da artista del mondo, Laura (Elena Arvigo)… Laura ha la sua malattia, invisibile ma presente, come un bagaglio pesante che (non) vuole spartire con gli altri. Tutto è minimale, come impalpabile, come sospeso in un limbo tra la vita e la morte. Elena Arvigo ricopre più ruoli: protagonista, narratore interno ed esterno. La sua recitazione vira verso toni più innaturali e teatralizzati rispetto al naturalismo dei colleghi di scena. Ma va bene così, ha la sua ragion d’essere, con un effetto straniante che tiene in scacco l’attenzione dello spettatore. Di conseguenza, allo stesso modo, la definizione psicologica dei personaggi non appare parimenti curata e la più debole, strano a dirsi, è proprio quella di Laura, la quale però sa ri-costruirla abbeverandosi a quelle più definite degli altri.

Lungo tutto lo spettacolo il mood è serio ma non grave, triste ma non disperato, tanto che l’agile penna di Vitali Rosati riesce ad inserire anche un paio di momenti, veicolati dal personaggio interpretato da Alberto Giusta, che strappano un sorriso sincero alla platea.

Concludendo, dopo Fumo Blu, per Gherardo Vitali Rosati anche stavolta la fumata è bianca.

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