L’ora di ricevimento: Bentivoglio, Massini e la scuola in scena

ora di ricevimento spettacolo bentivoglioQuanto è difficile essere insegnanti oggi? Quanto è faticoso mettere tutti d’accordo, senza perdere per strada qualcuno? Che crocevia di culture è diventata oggi quella “scatola” di un’aula scolastica?

Fabrizio Bentivoglio ce lo ricordiamo nel lontano 1995 nei panni di quella carogna del professor Sperone in La scuola di Daniele Luchetti. Lo ritroviamo oggi, vent’anni dopo, nelle vesti di un prof dall’anima più raffinata ma anche stracciata in L’ ora di ricevimento, scritto dal prolifico e instancabile Stefano Massini, diretto dall’esperienza di Michele Placido. Fabrizio Bentivoglio è uno di quelli che le assi del palcoscenico le calca con parsimonia, ma quando lo fa, lascia un segno, forte come quello della matita rossa sui compitacci di studenti poco brillanti.

Nel 1995 La scuola nasceva dalla penna pungente e sferzante di Domenico Starnone puntata dritta come una spada al cuore del sistema educativo nostrano. Per L’ ora di ricevimento Stefano Massini sposta, anzi amplia lo sguardo oltre l’Italia e va in Francia, nella banlieue di Les Izards, la più dura periferia multietnica di Tolosa. Il respiro della riflessione di fa più largo, profondo, variegato, completo, semplicemente attuale. La scelta sa di azzeccata. Perché l’immobilismo dello status quo sociale ed educativo italiano non raggiungeva la sufficienza del “discorso” da fare.

Una cattedra, un banco, qualche sedia, un surrogato di finestra oltre la quale si scorge un albero fiorire e invecchiare, stagione dopo stagione, proprio come accade al professor Ardeche (Bentivoglio). È il testo che riempie la scena, ben portato on stage e snocciolato da Bentivoglio sin dal bellissimo monologo iniziale. Quasi mezz’ora d’ipnosi per lo spettatore, incantato come un bambino che ascolta la fiaba della buonanotte. Bentivoglio è imbonitore, narratore e trascinatore di primo livello, attore che coinvolge col sussurro come col grido più sdegnato. Ottimi tutti i suoi “colleghi” di scena.

L’ ora di ricevimento suona la campanella di due ore di bel teatro, contemporaneo in senso stretto, di mano italiana ma orizzonte europeo. Un teatro che sa riempire la testa di chi guarda, con più di qualche punta di amarezza che ci fa pensare a cosa stiamo diventando (o siamo già diventati).

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