Il nome della rosa: tra digitale e medievale, a teatro qualcosa non va

il nome della rosa teatroMettere in scena l’incomparabile capolavoro di Umberto Eco, Il nome della rosa, era impresa ardua assai al solo pensiero. C’era riuscito, sul grande schermo, e con possente potenza visiva, Jean-Jacques Annaud nel 1986, anche grazie alla presenza allo stesso tempo magnetica e british di ser Jean Connery. Per il teatro, il trio produttivo degli stabili di Torino, Genova e Veneto si è affidato all’abile penna di Stefano Massini, con merito secondo molti il migliore sulla piazza, e alla regia di un regista e drammaturgo in grande spolvero negli ultimi anni, Leo Muscato.

Il risultato di questa prima trasposizione teatrale italiana de Il nome della rosa può dirsi nel complesso riuscito, anche se qualcosa rimane impantanato nella dissonanza tra la monumentalità delle spettacolari proiezioni video e la recitazione del folto cast artistico che non riesce ad omogeneizzarsi come gli unguenti di una pozione letale.

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Sia nel libro che nel film, il gioco interni/esterni è forte. Le proiezioni video vengono in aiuto alla regia, ma l’impressione è quella di un eccesso che alla lunga stanca. Neve, fuoco, nebbia, uccelli minacciosi che incombono sull’abbazia, ma anche immagini di creature mostruose scolpite nella pietra e disegni di macchinari dal gusto leonardesco. Il digitale cerca di colmare quanto forse si rischiava di non mostrare al pubblico, ma in questo Il nome della rosa rischia d’invadere e “sciupare” (anzi forse è proprio così!) la bella scenografia fisica di Margherita Palli.

Venendo a personaggi e attori, ciascuno è dotato della propria indole, ne fa bella mostra (alcuni con successo come Alfonso Postiglione), ma sono campane che suonano forti e ciascuna a sé, in bilico tra i registri dell’istrione e del caratterista. Anello debole, duole dirlo, paiono proprio i due interpreti principali: Giovanni Anzaldo e Luca Lazzareschi, rispettivamente il novello Adso da Melk e il navigato Guglielmo da Baskerville. Il primo troppo tiepido, poco incisivo, anche se a suo modo apprezzabile nei tanti silenzi in cui è coinvolto in scena; il secondo di scarso appeal verso lo spettatore, talvolta quasi spaccone nei ricorrenti toni da sapientino che spettano al suo saggio Guglielmo. Certo, la mente corre a Sean Connery, paragone impari per chiunque, ma almeno l’attore inglese aveva colto la tagliente e drammatica ironia nera che albergava in ogni parola pronunciata.

Da applausi la giovanissima e unica presenza femminile in scena, Arianna Primavera, capace di reggere il confronto con la scena del peccato sessuale che è tra le più celebri del film del 1986. Capitolo a sé è la recitazione, sempre in monologo, di Luigi Diberti, che fa le scarpe (anzi i sandali) quasi a tutti.

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