Fortunata di Sergio Castellitto: la recensione

fortunataUna giovane madre fa la parrucchiera a domicilio, sgobbando tutti i giorni tutto il giorno col desiderio e la speranza di aprire un negozio tutto suo, dove non sarà più lei a salire le scale, ma saranno gli altri a scenderle. E questo personaggio già basta per affezionarsi a Fortunata, il nuovo film di Sergio Castellitto. Poi c’è uno psicologo infantile, principe azzurro per lei e papà azzurro per la piccola Barbara, bambina randagia piena di rabbia e di vita, scimmietta che vuole solo abbracciare un poco di felicità tra una madre sempre di corsa e un padre, quello vero, violento e disumano. Quello di Fortunata è un contesto da fiaba, ambientato al largo di Torpignattara, periferia povera, bella, multietnica. Una fiaba che si infrange sul muro di una realtà ostile, arcigna, come una Natura leopardiana.

C’è ovviamente tanto Pasolini in Fortunata, è evidente sin dalle prime sequenze. La periferia di personaggi strambi e disperati come in Accattone, un romanesco forzato che trasuda anche dall’asfalto, ma soprattutto una Jasmine Trinca che ricorda molto, anzi moltissimo Anna Magnani. La Magnani di Mamma Roma, ma anche di Bellissima di Visconti. Di una bellezza florida ma già sfiorita dalle difficoltà del mondo, rude, umida, rigata dal dolore di sogni difficili, se non impossibili, da realizzare.

Fortunata ha regia e sceneggiatura. La regia di Castellitto ama i suoi personaggi, li ‘registra’ ma non li giudica, suscitando un certo amore negli spettatori. La sceneggiatura di Margaret Mazzantini palesa l’estro e la bella penna di una scrittrice forte e navigata. C’è più di un colpo di scena in una vicenda che poteva anche prevederne meno. Ma la dignità e la disperazione di questi personaggi non lascia scampo a turning point che a molti suoneranno come eccessivi, estremi. È qui che Castellitto tende un po’ ad una deriva che ricorda le grida e i capelli strappati dei film di Gabriele Muccino. Ma se in Muccino, in un contesto borghese e da italiano medio che perde le staffe, apparivano come di troppo, in Castellitto ci stanno tutte, all’ombra di un’umanità stremata che rasenta la miseria, l’anonimato, il nichilismo, l’estinzione di fronte all’invasione dei cinesi padroni del mondo.

Fortunata è un film forte, senza mezze misure, cosciente della propria inabilità a lasciare vie di mezzo nel giudizio dello spettatore, che boccia o promuove l’eccesso di toni, umori, parole, azioni che vede sul grande schermo. Un’umanità popolare e popolana di un cinema d’altri tempi in un contesto moderno. Dissonanze che non piacciono a tutti, ma che certamente arrivare dritte alla pancia e al cuore di chi guarda.

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Fortunata di Sergio Castellitto: la recensione ultima modifica: 2017-05-31T12:48:54+00:00 da Tommaso Tronconi


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