Assassinio sull’Orient Express: Kenneth Branagh risolve il caso alla grande

assassinio sull' orient express poirotKenneth Branagh è l’uomo degli adattamenti. È un impavido, di quelli che amano attraversare le vie più impervie del cinema, cosciente del rischio di scivolare e anche di picchiare delle sonore cornate. Ha rivisitato per il grande schermo, con alti e bassi (più bassi che alti a dire il vero) mezzo William Shakespeare (l’esordio alla regia con l’Enrico V nel 1989, Molto rumore per nulla del 1993, Nel bel mezzo di un gelido inverno del 1995 che aveva a che fare con Amleto, poi non a caso proprio Hamlet nel 1997, Pene d’amor perdute nel 2000, As You Like It – Come vi piace del 2006) e poi ha fatto una capatina nella “tempesta” dei supereroi Marvel (è suo il Thor del 2011 con Chris Hemsworth) e della saga di Jack Ryan (Jack Ryan – L’iniziazione del 2014). Ma non dobbiamo dimenticarci del Frankenstein di Mary Shelley del 1994 con Robert De Niro nei panni del mostro e la rilettura della Cenerentola della Disney in live action nel 2015.

Cinema e letteratura sono quindi pane per i suoi denti. Pane spesso non ben lievitato, un po’ di gomma, troppo salato o troppo sciapo, comunque sia Kenneth Branagh è tutto tranne che un pivellino. Assassinio sull’ Orient Express, pubblicato da Agatha Christie nel 1934 e già portato al cinema nel 1974 da Sidney Lumet, era una tentazione irresistibile. E infatti ci è cascato. Ma in piedi!

Assassinio sull’ Orient Express di Kenneth Branagh è, almeno personalmente, una vera sorpresa. Raffinato ma non patinato, curato nei dettagli ma non sino allo sfarzo, dotato di una più intrigante visione, che versione (Agatha Christie si tocca e contamina il meno possibile), della trama. È un filmone che riempie lo schermo, gli occhi e anche l’anima, insistendo più del suo illustre avo del 1974 sui temi della coscienza, della verità, della giustizia e della vendetta.

“A due persone non potete mentire: al vostro Dio e a me!” afferma deciso il Poirot di Branagh. E qui sta il senso di una sequenza iniziale del tutto inedita nel film di Lumet del 1974, qui sta il senso delle varie picchiate e contro-picchiate e delle riprese dall’alto ortogonali al piano del treno (ricordano un po’ alcuni passaggi dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie), qui sta il senso del “cenacolo nella galleria” (ok, mi fermo, non spoilero altro!). I dodici giurati di cui parla Sean Connery nel film del 1974 sono ora diventati dodici apostoli, tutti colpevoli, tutti complici, coscienti di un delitto congiunto e condiviso. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra (o palla di neve vista la valanga che blocca l’ Orient Express). Ma se quel peccato è una pugnalata atta a lenire un dolore maturato nel tempo? E un male che “cancella” un altro male, è una strana forma di bene? E merita il perdono, il silenzio, l’oblio? Rispetto al film del ’74, Kenneth Branagh mette tutti in riga, se stesso compreso. Infatti, se nel finale del film di Lumet Poirot vestiva i panni di un Ponzio Pilato che lasciava la decisione finale al direttore del treno, quello di Branagh non se ne lava le mani, anzi in qualche modo se le macchia di sangue pure lui, si responsabilizza nel consegnare ai posteri, e alla polizia, una cosciente non-verità. In un tempo, il nostro, in cui di verità e giustizia ce ne sarebbe tanto bisogno e richiesta, Kenneth Branagh s’interroga sul senso di omertà, chiudendo il film con un tono amaro, quasi rassegnato all’ineluttabilità della vittoria della menzogna. E i dodici passeggeri del treno ripartono con un pesante esame di coscienza da farsi, un po’ come se Poirot da investigatore sia diventato, per il tempo di una “arringa”, anche il loro confessore, un pungolatore di anime (dannate), e non festeggiando con gioia a suon di baci, abbracci e champagne come accadeva nel film di Lumet.

Insomma, in Assassinio sull’ Orient Express Kenneth Branagh ci mette del suo, il tocco morale che sposta e mina la “questione” del giallo.
A livello artistico, il Poirot di Branagh convince dietro a quei mustacchi lunghi all’inverosimile, da personaggio fumettistico piombato nella realtà, con una recitazione colorata e chirurgica, sempre attenta a non oltrepassare il limite della caricatura (come invece un po’ accadeva all’ingobbito e pedante Poirot di Albert Finney del ’74). Bravi tutti in realtà, a partire da Johnny Depp, che, sempre alle prese con le sue solite facce e faccette, smorfie e smorfiette, sa ancora molto bene come bucare lo schermo. Notevole la giovanissima Daisy Ridley (1992), che si dimostra attrice già fatta e già capace di “emanciparsi” dalla Rey di Star Wars. Infine, so che non dovrei fare paragoni, ma li faccio lo stesso: Penelope Cruz e Michelle Pfeiffer sono migliori rispettivamente di Ingrid Bergman e Lauren Bacall nei personaggi della devota missionaria e della Signora Hubbard.

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