Addio Fantozzi e posto fisso. Sfigati e coglionazzi di ieri e di oggi.

Il 3 luglio 2017, a 84 anni, è morto il grande Paolo Villaggio. E sono passati 42 anni da quel 1975, quando nel nostro immaginario collettivo apparve per la prima volta il suo Ragionier Ugo Fantozzi. Una delle maschere più realistiche della storia (cinematografica) italiana. Una maschera così reale da essere lo specchio di tutti noi, italiani (medi) di ieri e di oggi. Sì, perché il vero (super)potere di quel personaggio è l’essere eterno, anzi paradossalmente di più: l’essere quanto mai attuale. E questo perché Fantozzi rappresenta quel mondo che oggi non esiste più ma esiste ancora, come una fotografia ingiallita ma ancora vivida, che oggi guardiamo con occhio languido e nostalgico.

C’è stato un tempo in cui avere il posto fisso e la pensione era da sfigati. “Beati (quegli) sfigati” potremmo dire oggi. Oggi che gli sfigati siamo noi, i cosiddetti Millennials (ovvero i nati tra gli inizi degli anni ’80 e i primi anni 2000) ma anche i precari senza età, che si ritrovano sul groppone una crisi economica mai finita e forse senza fine. Fantozzi: vessato, umiliato, schiavizzato, continua merdaccia e coglionazzo. Ma lui il posto fisso e la pensione ce li aveva. Noi oggi: vessati, umiliati, schiavizzati, continue merdacce e coglionazzi. Ma siamo un esercito di stagisti, apprendisti, liberi professionisti, contrattisti a progetto e a scadenza determinata (come il latte), che la pensione (forse) non la vedremo mai. (E non è quindi un caso che l’unica vera nuova maschera dell’italiano del Terzo Millennio, Checco Zalone, abbia incentrato interamente Quo vado? sul posto fisso, “oscuro oggetto del desiderio” sempre più un miraggio, per non dire un fantasma).


Ecco allora che a noi il mondo di Fantozzi in un certo senso piace(va) e da un certo punto di vista ci metteremmo la firma. Ci mancano le partitelle scapoli contro ammogliati, le gite aziendali sulla neve, la notte di San Silvestro da Dopo Lavoro Ferroviario, ecc. Roba da sfigati? Forse sì, ma aveva proprio ragione mio nonno quando diceva che si stava meglio quando si stava peggio.

Oggi la realtà ci prende a sportellate in faccia. Una realtà, quella italiana, che a ben vedere (e non solo per motivi burocratici o simil tali) non sa coltivare i nostri talenti, anzi fa di peggio: li disperde. Ecco questo è il vero peccato e consecutio della società italiana di oggi: l’essere (diventata) una società di tutti contro tutti, una marea di Fantozzi contro tutti, dove mors tua vita mea, dove “la vostra felicità sono le disgrazie del vostro prossimo!”, come ci ricorda il Disgraziometro di Signore e signori, buonanotte.


Oggi ci stiamo avvicinando sempre di più al Fantozzi vero, anzi lo stiamo superando, in peggio. Fantozzi è un tratto del nostro Dna. Siamo tutti Fantozzi. “Io sono Fantozzi” potremmo dire parafrasando i “Je suis…” che tanto ricorrono negli ultimi mesi. Villaggio ha incarnato l’italiano trent’anni prima e di questo passo lo impersonerà anche fra trent’anni. Sintomo di una società immobile, ferma ai mitici anni Ottanta, quando all’ombra dello splendore qualcosa ha iniziato a rompersi, per non essere più riparato. La realtà ha tragicamente superato il cinema, e si è veramente avverata la clonazione di Fantozzi in tutti noi. Così, mentre ora lui è (meritatamente) in Paradiso, “santo” e angelo custode di tutti noi lavoratori in terra, la sua scomparsa suona beffarda e puntuale le campane (a morto?) anche sull’Italia di oggi che suda e che fatica, che lavora tanto (o tanta voglia avrebbe di lavorare) e guadagna zero.

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Addio Fantozzi e posto fisso. Sfigati e coglionazzi di ieri e di oggi. ultima modifica: 2017-07-09T12:59:01+00:00 da Tommaso Tronconi


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