Gli Infedeli: gli uomini, che mascalzoni…

gli-infedeli“Che idea? Ma quale idea?” canta Pino D’Angio nella canzone sussurrata in apertura da Jean Dujardin con fare sorridente da bello impossibile. Quale idea (fissa)? Quella dell’infedeltà, del tradimento, del sesso. E’ un pallino, una malattia per gli uomini. Questo il comun denominatore de Gli Infedeli, opera francaise a 7 mani che ci propone un riuscito spaccato del “pensiero dominante” maschile. Pur con una buona dose di maschilismo (inevitabile!?) e sparse espressioni sboccate e boccaccesche, il quadro che ne emerge sull’infedeltà è compiuto.

Siamo di fronte ad un film collettivo, ad episodi. E questo generalmente scoraggia il pubblico perché, come si suol dire, “non ho il tempo di immedesimarmi nella storia”. In questo caso è invece possibile grazie alla continuità generata dalla costante presenza “in scena” della coppia Dujardin-Lellouche. Due attori che si dimostrano straordinari, amiconi affiatati, con un’intesa da fratelli riscontrabile sin dalle primissime sequenze. Si divertono come bambini nei ruoli (plurimi) che si sono auto-assegnati.

In primis c’è un’ottima prova attoriale, che dimostra grande versatilità nella mimica facciale, nel passare da personaggi sbruffoni a compìti, da sciatti a bulli, da fieri a mogi, da comici e drammatici. Ma non solo. I due divi francesi vestono i panni anche di sceneggiatori e produttori. Gli Infedeli è una loro creatura, voluta e curata sin dalle fasce.

Da sottolineare come in extremis il film sia stato vietato ai minori di 14 anni. Divieto giusto? Galeotti sono i primi due episodi, che spiccano sugli altri in quanto a “nudità in mostra”. Le (prolungate) scene di sesso in doppia coppia del “Prologo” urtano il pubblico femminile, pur restando in quell’aurea da “Austin Powers docet” nella quale si mostra tutto ma niente di criminoso (la colonna di casa censura un po’ come faceva il melone sul pube della spia che ci provava…). In “Coscienza pulita”, diretto da Michel Hazanavicius, genera lamentele (in sala ho sentito commenti come “No, ancoraaaa, ma bastaaaa!”) un Jean Dujardin in lato B intento a “trastullarsi” allegramente e forsennatamente alla toeletta. Il tono provocatorio poi cala, e assume un’introversa carica drammatica nei due episodi che ho preferito: “Lolita” e “La domanda”. Quest’ultimo, con echi verbali spinti alla Closer di Mike Nichols, vale il prezzo del biglietto. Da segnalare poi la regia fresca e da videoclip dell’ultimo “Las Vegas”, diretto da Dujardin-Lellouche, e i corti girati da Alexandre Courtès (“Infedeli anonimi” e le varie pillole).

Altro aspetto da trattare, è la palese strizzatina d’occhio che il film rivolge a quella commedia all’italiana ad episodi incarnata da I mostri e I nuovi mostri. Ma credo che non si possa sempliciottamente parlare di “copia”, bensì più di “ispirazione”, cosa diversa e ben più dignitosa. Trovo riduttivo dire “Dujardin gioca a fare il Gassman de Il sorpasso” solo perché fa lo splendido su un’automobile vintage… credo non fosse minimamente intenzione del buon Jean paragonarsi ad un mostro sacro come Gassman! La vedo più come un omaggio, senza dover necessariamente scorgere del marcio in ciò che i cugini francesi fanno in relazione alle opere nostrane.

Insomma, diamo a Jean quello che è di Jean. Gli Infedeli non sarà un’opera perfetta, con qualche citazione (di troppo) senza dubbio, ma è anche sfaccettata e compiuta, segnale di un certo qual modo di fare cinema che, come già ho detto per Piccole bugie tra amici, allunga il collo sull’Europa e cerca di scrollarsi dalle spalle la polvere di un cinemà spesso vecchio e invecchiato…

Una curiosità: Jean Dujardin e Alexandra Lamy, protagonisti dell’episodio “Una domanda”, sono davvero sposati nella realtà. Questo spiega molto del feeling dimostrato on screen

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