Hunger: sinfonia per i cinque sensi

hungerCamera d’Or (miglior opera prima) a Cannes 2008, Hunger è il film-manifesto di un artista e cineasta da tenere d’occhio: Steve McQueen. Un’opera cruda, dura, che fa accapponare la pelle e sciaborda lo stomaco. Uno di quegli esordi potenti e prepotenti come se ne vedono pochi in giro. Sintomo di una cifra stilistica confermata dal successivo Shame, che ha inibito ed “eccitato” Venezia 2011.

Irlanda del Nord, 1981. Nel carcere di Maze, i detenuti dell’IRA (Irish Republican Army) vogliono essere riconosciuti dal governo inglese con lo status di prigionieri politici, oltre che veder rispettati i diritti elementari dell’uomo. Ma l’istituzione fa orecchi da mercante e continuano ad essere (mal)trattati come cani selvatici denutriti e bastonati. Così danno origine alle proteste “della coperta” e “dello sporco”. Tutto tace, finchè Bobby Sands (Michael Fassbender) decide di dare inizio ad un lungo sciopero della fame. Sarà il primo di 9 morti…

Hunger è un’opera artistica completa, variegata e composita a livello tecnico, che non dimentica l’emozione. Un’opera che coinvolge tutti e cinque i nostri sensi. In primis, è scontato, la vista. Ma non solo perché il cinema è in prima battuta sguardo, ma perché McQueen è Cinema. Il regista londinese sa cosa farsene della mdp. Con eclettismo e consapevolezza ne fa un uso maturo e mirato, che non lascia niente al caso, ma punta tutto sul coinvolgimento dello spettatore. E’ così che sfuoca e rifuoca i volti, che palesa la sua presenza di fianco a carcerati e agenti penitenziari ricevendo “in faccia” sgabelli e schizzi d’acqua insanguinata, che ondeggia come un diabolico pipistrello nel “lazzaretto” di Bobby mentre la fine si avvicina, che giustappone uno di fianco all’altro piani ravvicinat(issim)i e campi lunghi geometrici, ortogonali, asettici. Convivenza degli opposti che ritorna poi nel montaggio. Quest’ultimo è forsennato, spezzato e claudicante nelle scene di punizione corporale, inesistente nel lunghissimo pianosequenza (della durata di più di 20 minuti) a macchina fissa tra Bobby e il cappellano del penitenziario. Steve McQueen non ha fretta, ci invita ad attendere, osservare, partecipare morbosamente. Ci sfida, fino a generare in noi, suo fine primario nei nostri confronti, un fastidio che prude nell’anima.
La vista è quindi porta d’accesso verso gli altri sensi.

Come in una sorta di imprigionato 4D, il secondo senso colpito è il nostro olfatto. Tramite la dimensione visiva, percepiamo il cattivo odore di una cella con i muri cosparsi di poltiglia, sbobba organica alimentare, come in un quadro appartenente al cubismo sintetico. La mdp scorre in soggettiva sulle pareti, forzando la nostra “immedesimazione”. Allo stesso modo percepiamo l’aspro e asciutto fetore di scodelle di urine rovesciate, al momento stabilito, in un corridoio che non conosce luce del sole.
Colpite le narici, attacca il gusto. Quasi sentiamo sulle labbra il sapore-non-sapore di un cibo immangiabile, così come la salata dolcezza del sangue che esce da un labbro spaccato da una manganellata.
E’ poi il momento del tatto, coinvolto nella manìa che il regista britannico ha per i dettagli. Il fiocco di neve che s’adagia su una mano con nocche e giunture sbucciate a suon di pugni “vuoti” su spigoli murari, il moscone (simbolo di libertà agognata) che tranquillo si posa e poi sfugge dalla mano del detenuto, una piuma che “galleggia” nell’aria come un petalo che si stacca da una rosa/vita moribonda, le piaghe sulla schiena di Bobby sulle quali si spalma una pomata bianca e dolorosa.
Infine, ultimo ma non ultimo in ordine d’importanza, anzi tutt’altro, è l’udito. Sin dalla prima sequenza, notiamo la straordinaria attenzione che McQueen dedica al sonoro, al suo studio, al suo effetto sullo spettatore. E’ invasivo, aggressivo, netto, tagliente, roboante, cassa di risonanza anche dei gesti più silenziosi (come il ronzio del neon acceso o la mano del prigioniero che striscia sulla camicia mentre cerca di sbottonarla di fronte alla grigia presenza di guardie immobili). Di musica ce n’è ben poca traccia.

Dal punto di vista contenutistico, sono due gli elementi più interessanti da segnalare.
Il primo è la componente cristologica nel “martirio” di Bobby e dei suoi “discepoli”. Le guardie trascinano i corpi dei detenuti come pelli di leone, mazzuolano con veemenza come in attesa di una “corona di spine”, riportano in cella le loro membra esauste con braccia “in croce” come dimenticati Christus patients o in collo come sdivinizzate Pietà.
Il secondo è, pur di fronte a tutta questa disumanità dei gesti, la profonda umanità che si riserva per ogni categoria umana messa in scena. Non solo, come è scontato che sia, verso i detenuti. Ma anche verso un agente penitenziario che teme di uscire di casa ogni santa mattina e che, rassegnato e solo, immerge in acqua gelida le mani dilaniate. Oppure verso un militare che piange e si pente delle manganellate e urla lanciate nel furore della repressione poco prima portata a termine. E’ un’umanità dolorosa, sofferente, vinta e sconfitta dal sistema, che merita perdono. Le tinte più nere spettano alle istituzioni, personificate dai discorsi parlamentari di Margaret Thatcher, donna d’acciaio che condanna chi fomenta tensioni sociali solo in nome dei diritti elementari.

Infine, è grande e grandiosa la performance attoriale e fisica (nel senso letterale del termine) di Michael Fassbender. Una prova sentita e amata, che giunge fino alle viscere dello spettatore.

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12 commenti su “Hunger: sinfonia per i cinque sensi

    1. 22 maggio 2012 at 17:43

      Dico la mia. Film eccessivamente iper valutato. Ho quasi l’impressione che faccia tanto essere intellettuali-alternativi lodare Steve McQueen regista. Come fosse un Dio e avesse fatto il capolavoro del secolo. Il film è di un minimalismo insopportabile. L’assenza di musica imperdonabile.
      Le scene, dall’inizio alla fine, non parlano e non spiegano mai cosa sia successo in Irlanda tra il ’76 e l’81…il nostro McQueen dà per scontato che lo spettatore sappia tutto. Che si sia documentato prima, che sia informatissimo. Che conosca le orrende brutture accadute.
      Siamo lontani dal bellissimo Nel nome del padre e poi ancora Una scelta d’amore, pellicola rasente la perfezione, e dove, in entrambi i film, si affronta chiaramente e lucidamente l’altra faccia, sporca e vergognosa, della bella natura irlandese.
      Non voglio fare il -bastian contrario-, ma a me questo film non è piaciuto.
      E dico di più: non riesco a dargli un voto, ma solo un giudizio: questa pellicola è un’occasione persa. Andrà negli annuari dei capolavori, e lo rispetto. Ma non nei miei.

      1. 24 maggio 2012 at 15:06

        Maristella, innanzitutto grazie per questo tuo commento super sincero! Un blog punta a stimolare anche reazioni sentite come la tua! Il blog è democrazia, pur sempre nel massimo rispetto. :D
        In merito a quanto dici, sono d’accordo solo con la tua lamentela sul fatto che il regista non si dilunga molto nello spiegarci cosa sia successo storicamente in Irlanda a fine anni Settanta. Questo è vero, te lo riconosco.
        Per il resto, ciò che per te è minimalismo (anche nella colonna sonora), per me è segno di una grande personalità… ma si sa… de gustibus… keep in touch!

      2. 24 maggio 2012 at 15:21

        Ciao integrando anche con la replica di Tommaso, io quando l’ho visto pur conoscendo poco la realtà Irlandese e Inglese di quel periodo, non ho sentito il bisogno di di spiegazioni storiche. A parte che e sono d’accordo con recensione di Tommy, che il film sembra più soffermarsi sulla sofferenza umana generale, non sul momento storico puntuale, ma poi mi è sembrata molto esauriente anche tutta la discussione tra il prete e Bobby Sands…e le immagini di violenza, da una parte quelle degli Inglesi in carcere sugli irlandesi, dall’altra la tenacia tutta Irlandese della protesta e l’uccisione a sangue freddo del carcerieri anche quelle mi sembravano molto comunicabili di un periodo politico, per certi versi simile anche al nostro con le Brigate Rossa (ma l’IRA esce in modo migliore da questo film…)

  1. 5 maggio 2012 at 1:37

    Favoloso, lo visto oggi, bellissimo. Pero non entra dentro e scava come shame. Il dialogo tra Bobby e il prete è bellissimo, un’unica ripresa, botta e risposta a distanza e solo alla fine arrivano le emozioni, quando ormai il dialogo è già finito. Bello bello bello

  2. 21 maggio 2012 at 19:50

    Uno dei film che mi ha più colpita ultimamente, e secondo me superiore e visivamente (sottolineo visivamente e non contenutisticamente) più audace di Shame, che pure mi era piaciuto. Hunger mi ha fatto riflettere, nonostante, come racconti bene nel post, sia un pugno allo stomaco dall’inizio alla fine e riesca a coinvolgere lo spettatore in questa “sinfonia dei sensi”

    1. 24 maggio 2012 at 15:01

      Sara, grazie mille del tuo bel commento! Continua a dire la tua… il blog è fatto proprio per confrontarci! :D

  3. 24 maggio 2012 at 15:23

    Ecco, poi de gustibus, appunto! E comunicative, non comunicabili…

  4. 24 maggio 2012 at 16:04

    Ciao a tutti! sono d’accordo con Fabio: è vero, la rievocazione storica di Hunger non è per nulla esaustiva, ma secondo me non era nelle intenzioni del film dare un quadro storico di quegli anni, delle vicende dell’ira ecc. Personalmente, non trovo che sia un difetto, perchè non amo i film troppo didascalici in questo senso, sono dell’idea che se devo documentarmi preferisco leggermi un libro sull’argomento, però è vero che un minimo di coordinate spazio-temporali sono necessarie per orientarsi nella storia, e forse Mcqueen in questo caso resta troppo sul vago. Più che la figura di Bobby Sands, al regista mi sembra interessi riflettere sulle motivazioni umane che spingono un “dissidente”, chiamamolo così, a portare fino alle estreme conseguenze un’azione di protesta, se in questa decisione non ci sia anche una punta di egoismo o addirittura esibizionismo (da vedere il dialogo con il prete). E poi gli interessa la visione del corpo come strumento di lotta. Ci fa vedere gli escrementi che diventano strumenti di protesta, la bocca e l’ano che servono per nascondere oggetti. Questo lo trovo attuale, mi sono venuti in mente per esempio i kamikaze che si fanno esplodere, che usano il corpo come arma vera e propria. Per lo stile, lì davvero non c’è nulla da dire, è proprio una questione di gusti insindacabile. A me la mancanza di musica non ha infastidito, perchè l’ho trovata compensata da un lavoro sul suono molto ricco. Ultima cosa: Maristella tu citi Nel nome del padre, grandissimo film. Secondo voi è significativo il fatto che Jim Sheridan sia irlandese e invece Mcqueen inglese? Ho pensato che forse a Sheridan preme di più la precisione storica perchè ha vissuto in casa propria le vicende dell’Ira e la questione nordirlandese. Mcqueen è invece il regista inglese che da bambino seguiva in tv l’agonia di Bobby Sands, dall’esterno. Non so, potrebbe essere un’atra spiegazione alla mancanza di dettagli in Hunger?

    1. 24 maggio 2012 at 16:06

      Un solo appunto visto che sia tu che maristella dicevate che la musica non c’era. A parte il fatto che non ci ho fatto caso, ma almeno nei titoli di coda la musica c’è ed è bellissima!

      1. 24 maggio 2012 at 16:10

        Sìsì vero!

    2. 24 maggio 2012 at 16:29

      Sì Sara, potrebbe essere.
      Inoltre sono d’accordo sul fatto che ci sia un lavoro pazzesco sul sonoro! :D

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